I 70 anni del Piace: una vita tra i pali, col Pergo nel cuore
Gianni Piacentini recentemente ha festeggiato i 70 anni: portiere, allenatore, formatore. Con lui una lunga chiacchierata, tra aneddoti ed esperienze
Compleanno da cifra tonda per il Piace, all’anagrafe Gianbattista Maria Piacentini, classe 1956, nativo di Vaprio d’Adda, una vita spesa per il calcio, prima tenendo la posizione in mezzo alla porta, senza disdegnare però il gioco un po’ distante da essa, poi insegnando i segreti del mestiere a generazioni di portieri, in provincia, fino alla massima serie. Ma 70 anni meritano qualcosa di più di un semplice post, ancor più per uno come lui, che a Crema ha rappresentato tanto per il calcio: da giocatore prima, e preparatore dei portieri dopo, ma anche come mister, da incorniciare l’esperienza in coppia con un altro profondo conoscitore del calcio locale qual è Fiorenzo Albertini.
Partiamo dall’inizio, dal bambino di Vaprio d’Adda, che in mezzo alla campagna milanese scopre il pallone, cresce in una famiglia che, com’era normale in quel periodo, vedeva il calcio non certo come opportunità di lavoro, ma come sano piacere. Eppure il ragazzo ha talento, a 16 anni già in prima categoria con la squadra del paese, ed in quel periodo, il livello era decisamente superiore a quello odierno. Da lì a poco, arriva il professionismo, fatto di una serie A sfiorata, tanta serie C, alla fine saranno ben 16 gli anni tra i Pro per lui. In mezzo, la giovinezza sui campi spelacchiati di provincia, tra i pali squadrati e mani senza guanti, poi la maturità con i primi guanti della mitica Uhlsport e la seconda vita in panchina, fino alla serie A nel periodo d’oro della Sicilia calcistica.
Un Piacentini-portiere dallo stile moderno potremmo dire, dotato di piedi buoni, usciva tanto, ed era pure agile, si legge nelle cronache della stampa dell’epoca. “Strutturalmente ora avrei fatto fatica con i miei 182 cm di altezza, perché ora i portieri sono più alti”, ci dice, ricordando qualche episodio curioso. “Qualche rischio l’ho corso anche io, una volta presi gol da metà campo, quando ero alla Virescit”. E qui, si apre il capitolo con la squadra bergamasca, seguitissima allora: “Giocavamo di sabato, all’allora Comunale di Bergamo, non c’erano le TV e l’Atalanta giocava sempre di domenica. Venivano fino a 10mila spettatori e lì ho vinto la coppa Italia di serie C”. A Bergamo Piacentini arriva dal Derthona, e in quel di Tortona giocò tanto il giovane Gianni, saltando in 5 anni soltanto una partita per squalifica. Altra esperienza significativa a Ferrara con la Spal, con un rapporto di odio-amore in quella piazza, per via di una contestazione dei tifosi, il cui striscione ancora lo ricorda.
Due le figure che hanno contraddistinto la sua carriera, in campo e in panchina: Giorgio Veneri e Bortolo Mutti, Lino, come lo chiama lui. A metà anni settanta arriva giovanissimo a Crema, sponda Pergocrema, “inizialmente per la formazione Beretti, voluto da mister Papini”, ci racconta. Si viveva in un’altra era però, lui fa bene, e così Pergo e Varese si accordano, e lui, a sua insaputa viene ceduto al Varese di Pietro Maroso e Riccardo Sogliano. “Ero molto giovane, con in testa le prime vacanze in riviera, non volevo andare a Varese. Poi mi porta mio padre, ma io volevo andare al mare. In pratica, rinuncio alla A e al Varese. Eppure loro ci credevano tanto”, dice ora scherzandoci su. A questo punto, non gioca più nemmeno al Pergo ed è qui che mister Giorgio Veneri interviene: “È stato il mio papà calcistico, mi ha recuperato, mi porta in prima squadra e dal 1977 in poi lo seguo a Tortona e anche a Ferrara”.
Un’altra tappa importante della sua carriera, l’intervento di ernia del disco. “Anche qui, Veneri c’è, perché mi voleva anche a Casarano, allora in C, ma io non ero ancora pronto per il rientro”.
Il 12 giugno 1988 forse è la data in cui Piacentini calciatore arriva più in alto: dopo l’infortunio, alla Virescit aveva fatto bene, in una squadra con un giovanissimo e già prolifico Marco Simone a farsi le ossa dal Como, con in panchina mister Luciano Magistrelli: “Andiamo allo spareggio a Perugia e ci giochiamo la B contro la Reggina, ma Magistrelli cosa fa? Fa giocare scaramanticamente Claudio Dal Bello, che anni prima aveva giocato in un altro spareggio vinto. Ci rimasi male”. Ma Veneri torna nuovamente nella carriera del Piace: “E sì, perché nel Pergocrema dei fratelli Erasmo e Roberto Andreini c’è ancora lui in panchina, dal 1990 al 1992, e così torno qui per chiudere da calciatore e far da chioccia ai giovani, ma alla fine gioco io tutto il campionato, peraltro un grande campionato perché arrivammo quinti”.
Il ritiro a 36 anni, e subito comincia l’esperienza in panchina, e qui entra nella sua vita Bortolo Mutti: “Ci conoscevamo da avversari sul campo, lui sapeva che stavo pensando al ritiro, aveva bisogno di un allenatore dei portieri a Leffe, così iniziammo la collaborazione. Una persona vecchio stampo Lino, per lui la parola data è sacra, ha valori, carattere, un grande allenatore – descrive così l’amico Mutti – Con lui anche tanta serie A, Palermo, Reggina, Messina, Modena, Salernitana, Atalanta, Bari, ancora Palermo, Padova, fino all’ultima esperienza a Livorno. Dovevamo andare anche all’estero a Tenerife, poi la retrocessione degli spagnoli dalla Liga e così restammo in Italia”.
Prima della parentesi grigiorossa (settore giovanile e prima squadra anche a Cremona, ndr), a Leffe incontri un giovanissimo Pippo Inzaghi: “Un istintivo, davanti alla porta era già un killer, era giovanissimo e i genitori lo portavano qui a Crema. Poi con me andavamo a fare gli allenamenti”.
Tanti i portieri che Piacentini ha avuto, in serie A, grandi giocatori, che hanno poi fatto esperienze nelle rispettive nazionali: Storari, Gillet, Viviano, Radu solo per fare qualche nome.
Per Storari e Radu, parole di affetto: “Storari aveva una gran voglia di arrivare, leggeva molto bene le situazioni e sopperiva con l’intelligenza al fisico. Radu l’abbiamo fatto crescere qui a Crema, ci sentiamo ancora, è forte. Poi – ci racconta – ricordo anche di quella volta in spiaggia a Mondello, dove con il preparatore atletico rosanero non allenavamo un portiere, ma Federico Balzaretti, che si preparava per la nazionale”.
Il Pergo però ha rappresentato molto nella tua vita, dopo il campo, la panchina in più momenti: “Arriva Cesare Fogliazza, mi chiama una prima volta alla Pergolettese, poi dopo le ultime collaborazioni con Lino, torno qui”. Il periodo del covid?: “Non so quanti tamponi ho fatto, vinciamo i playoff in D, giochiamo in C, a dicembre 2019 c’è l’esonero di Contini, inizialmente io e Fiorenzo dovevamo fare i traghettatori, ma facciamo 4 vittorie e un pareggio, Fiorenzo non aveva il patentino Uefa A, io sì, ci confermano. Poi si blocca tutto. Alla ripresa, ricordo che c’è stato un momento in cui ero solo, positivo il preparatore dei portieri, Fiorenzo indisponibile, alla fine per lo spareggio torna anche mister Contini, ci salviamo”, racconta con un sorriso misto a nostalgia.
Nei 70 anni del Piace c’è anche un libro, naturalmente sul ruolo del portiere: “Parare. Il ruolo del portiere alle soglie del terzo millennio”, scritto con il preparatore atletico Angelo Avello, per le edizioni Libreria dello sport. “Quando mi capita ancora di dare un’occhiata al libro, vedo ancora tanta attualità, e sono passati più di 20 anni. Gli esercizi sulle “prese di posizioni” (uno dei fondamentali dal punto di vista tattico e individuale, che vede i numeri uno collocarsi nello spazio orientando il corpo in maniera da ridurre lo specchio della porta all’avversario, ndr), si facevano già ai tempi, ora cambiano i nomi. Forse, l’unica cosa che è cambiata è che ora tutti partono dal basso. Si cercano ora portieri dai piedi buoni, che però non sanno parare – aggiunge con un altro sorriso – ma per me è fondamentale la tecnica di base, bisogna allenarli facendo i cross, non con la spara palloni. Fino allo scorso anno i cross li facevo io, perché così riporti il giocatore in situazioni reali. È veramente importante il ruolo del preparatore dei portieri, la mia generazione non l’ha mai avuto nei settori giovanili, si cominciò con gli allenatori in seconda. Io a 33 anni alla Spal ho avuto il primo preparatore, e la cosa importante però è che il preparatore dei portieri deve capire qual è la struttura fisica del portiere che allena, senza esagerare con i carichi di lavoro, e puntando a migliorare anche la tecnica”.
Nel calcio di oggi, come siamo messi in Italia?
“Donnarumma, Carnesecchi, Vicario, sono questi i portieri da segnalare”, risponde con una battuta Piacentini.
Per concludere, dopo quasi 60 anni di calcio, Gianni Piacentini sa stare senza calcio? Non ci crede nessuno!
“A tutto c’è un limite, nel calcio professionistico dal 1977 al 2025, ora mi diverto nei Camp estivi del Mitico Villa, ovviamente seguo sempre le partite, conosco tanta gente in questo mondo, ma arriva il momento in cui devi seguire quello che ti dice il fisico, …e la schiena”