Enzo Rocco, la musica, il free jazz
e l’improvvisazione
E’ uno dei musicisti cremaschi che è riuscito a trasformare la passione in lavoro e ha girato il mondo e vissuto grazie alla musica.
Enzo Rocco, chitarrista, compositore, conosciuto nel panorama musicale soprattutto per il free jazz e l’improvvisazione ci racconta come è nato l’amore per la chitarra, la formazione e cosa significa fare il musicista oggi, nel 2026.
Enzo Rocco, musicista, chitarrista, compositore, insegnante, però quando si pensa a te si pensa subito al free jazz e all’improvvisazione. Che cos’è per te l’improvvisazione?
Allora, l’improvvisazione è quello che mi ha spinto innanzitutto a cominciare a suonare quando ero ragazzo, perché ho sempre odiato leggere la musica e quindi sono sempre andato, come si dice, a orecchio. Poi, vabbè, studiandola ho capito che l’improvvisazione poteva essere una maniera per cercare di esprimere nell’immediato quello che uno vuole esprimere. Voglio dire senza mediazioni, ecco. Esprimere immediatamente una logica musicale che stai cercando lì per lì e che via via trovi. Quindi è stato importante il passaggio per il jazz più canonico. Questo mi ha portato a concentrarmi quasi esclusivamente sull’improvvisazione al punto che molti, da un bel po’ di anni a questa parte, fanno fatica a collocarmi come jazzista.
Tu hai detto che ti piace l’idea di pensare la musica come una forma di composizione istantanea, un modo di comporre estemporaneo…
“Si, vero! A differenza di molta composizione i risultati non sono mai definitivi, il che rispecchia l’esistenza stessa, il fatto che siamo effimeri, il fatto che ogni singola azione che facciamo è frutto di decisioni prese nel tempo di un istante, che non per molte cose nella vita c’è il tempo o la possibilità per rifletterci sopra troppo. L’ improvvisazione somiglia al fluire della vita quotidiana. Non è che non si facciano le cose preparati, perché tu quando ti svegli al mattino più o meno magari sai quello che ti aspetta durante la giornata, però guai se tu volessi rispondere a seconda di cose già preordinate, perché poi le cose nella vita non ti si presentano mai come tu vorresti… o sbaglio? Nella musica è un po’ la stessa cosa, quindi si tratta di elaborare, caso mai, strategie per cercare di porsi problemi anche tecnici da superare, certo avendo un certo bagaglio, ma essendo pronti a superare i problemi all’istante con soluzioni alternative, quelle che una volta si chiamavano delle soluzioni divergenti, mettiamola così.
Parliamo della tua formazione: sei un’autodidatta, una formazione anomala rispetto a certi percorsi di musicisti affermati
La mia formazione dal punto di vista strumentale è proprio da autodidatta. Ho visto una chitarra in una vetrina quando avevo 13-14 anni e ho comprato il librettino, “Chitarristi in 24 ore” con tutti gli accordi, e non mi sono più fermato, nel senso che ho cercato sempre di approfondire da solo la cosa.
Certo, è stato importante quando ormai comunque avevo una discreta tecnica, sempre da molto giovane, avere la possibilità di frequentare moltissimo quelli che allora erano i ‘jazz club’; allora c’erano molti jazz club, a Milano c’era il Capolinea e le Scimmie, per esempio. Non avevo ancora vent’anni perché andavo al liceo, quindi ero molto giovane e mi era capitato di andarci spesso accompagnato da persone più esperte di me e quindi rompevo l’anima a tutti i musicisti che c’erano. Magari facevo una domanda però quella risposta mi dava da lavorare per una settimana, quelli sono stati un po’ i miei insegnanti
Quali generi musicali hai ascoltato?
Quasi tutti, nel senso che non sono mai stato forte con il rock perché non mi è mai entrato nelle corde. Da ragazzo mi sono immerso nelle musiche folk, popolari… sai c’era il periodo della Nuova Compagnia di Canto Popolare, il Canzoniere del Lazio, quindi un mix tra quello che si chiamava rock progressivo e musica folk, gli Area ad esempio; non ho mai bazzicato veramente il rock, sono caduto sul jazz, sul free proprio perché il primo disco che ho ascoltato era molto avanzato come linguaggio, avevo 16 anni e quindi sono andato avanti un po’ così. Poi ho studiato ma non al Conservatorio bensì all’Università e lì mi sono immerso nelle musiche di tutti i tipi: la classica, la contemporanea e il jazz, il folk.
Hai girato il mondo facendo concerti e suonando. Ne deduco che sei riuscito a vivere di musica?
Sostanzialmente sì, ho fatto il musicista.
Ho parallelamente insegnato però non è stata un’attività prevalente, è stata un’attività piacevolissima ma quantitativamente secondaria. Una cosa a cui mi sono dedicato e a cui mi dedico tuttora, anzi più di prima, molto più di prima, piuttosto che all’insegnamento diciamo ‘tradizionale’, è stato lavorare un po’ in mezzo mondo, in workshop sull’improvvisazione con giovani musicisti ma poi soprattutto con giovani persone disabili. Questa è una cosa che faccio da sempre, che mi porto dietro dai miei anni universitari e che ho sempre mantenuto. In alcuni momenti è stato veramente un filo, però ho mantenuto quel filo lì e sono molto felice di questo, al punto che laddove molti miei colleghi si sono costruiti per esempio una carriera all’interno del conservatorio, io ho preferito invece evitare e lasciare sempre un po’ di tempo per questo tipo di attività che per me è molto gratificante e che non ha nulla a che vedere col volontariato, col ‘vogliamoci bene’, con ‘tutti possono suonare’, no, è un impegno anche intellettuale piuttosto importante. Tanto è vero che questo tipo di attività si fa all’interno, per esempio, dei progetti delle ASL.
Tu hai suonato tanto e anche pubblicato, composto CD. Adesso è cambiato il mondo dal punto di vista musicale. Come si fa adesso a vivere di musica e a sopravvivere in questo mondo in cui ognuno può scaricarsi qualsiasi cosa ed ottenere tutto subito?
Non lo so, nel senso che, per esempio, una parte dei miei introiti non eccessivamente cospicua, proveniva dai diritti d’autore, dalla SIAE, perché si pubblicavano dischi. I dischi si pubblicano sempre meno, sempre meno copie. Quindi chi vive di musica risente di questa situazione. Qualche tempo fa mi è arrivato un resoconto della SIAE dei diritti legati allo streaming, al download di questi siti, sai, Spotify e quelle cose lì. Beh, cose tipo 0,09 euro a pezzo, al punto che mi sono domandato: conviene alla SIAE mandarmi una lettera così? Spendono un sacco di soldi per la lettera. Fino a qualche anno fa arrivavano in giugno e in luglio questi diritti, li prendevi e te ne andavi in vacanza con quei soldi.
Adesso stai lavorando a qualcosa, cosa hai in mente per il futuro?
Si, sto continuando a fare qualche concerto qua e là, devo dire con più parsimonia rispetto a qualche anno fa.
Qualche anno fa si stava in tournée permanente, adesso non più, ma in particolare io insisto nel cercare di pubblicare delle cose sul piano discografico per quanto i numeri siano piccoli e per quanto mi sembri un controsenso; mi sembra un controsenso il fatto che un’etichetta spenda dei soldi nel produrre un certo numero di CD e il giorno dopo la stessa etichetta li metta su YouTube completamente gratis.
Sul piano finanziario è come non fare nulla sostanzialmente, però siccome un musicista, fino a quando non tira le cuoie fa il musicista, continui ad andare avanti facendo… In questo momento, per esempio, sto preparando un giro di concerti per sola chitarra che si avvierà a marzo e parte da un festival a Bologna, a San Leonardo, molto importante che si chiama Angelica. Sono più di trent’anni che c’è questo festival che è probabilmente il festival più importante di Bologna. Questo è nell’immediato cosa devo fare. Nel frattempo mantengo la collaborazione al San Domenico, all’Istituto Folcioni e continuo con quell’attività di cui ti dicevo: lavoro con le persone disabili, in diversi posti, a Crema e non, anche se non sono impegni fissi, ma sono cose molto belle e gratificanti.
Sabrina Grilli