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Aeham Ahmad, il pianista di
Yarmouk, il 28 ottobre a
Crema per il Caffè Letterario

Il pianista di Yarmouk torna a Crema, per la terza volta, a raccontarsi con le parole e con la sua musica. L’uomo che ha sfidato le bombe e l’Isis per portare la sua musica di speranza ai bambini di Damasco sarà al Caffè Letterario lunedì 28 ottobre presso la sala Bottesini (ore 20.45).

 

Aeham Ahmad è un giovane suona il pianoforte in mezzo a una strada bombardata di Damasco. Suona per i suoi vicini, soprattutto per i bambini, per distrarli dalle atrocità della guerra: un’immagine che ha fatto il giro del mondo diventando un simbolo della catastrofe in Siria, ma anche dell’inestinguibile volontà dell’uomo di opporsi in ogni modo alla distruzione. Suona così forte, da trasformare il pianto dei bimbi in canto, in speranza, in vita e sogno di libertà. Il suono di quello strumento ha raggiunto e commosso milioni di persone nel mondo su YouTube.

Ahmad e ha raccontato la propria storia in nell’autobiografia che non poteva che intitolarsi Il pianista di Yarmouk. Una storia che racconterà al Caffè Letterario di Crema lunedì 28 ottobre, in sala Bottesini del teatro San Domenico, conversando con la giornalista Cristina Marinoni (inizio alle 20,45 e ingresso libero). La storia vera, raccontata in prima persona, di un pianista che ha sfidato le bombe e i terroristi in nome della sua musica, un caso mondiale, una commovente testimonianza di resistenza e fede nell’arte e nella sua capacità salvifica. Una presentazione di parole e musica: Ahmad intervallerà il racconto con l’esecuzione di suoi brani.

Ahmad si racconta senza veli, parla della sua vita a Yarmouk, dove prima del 2011 vivevano circa 650 mila profughi palestinesi, dell’inizio delle rivolte, dellla guerra, della fuga e del suo arrivo a Wiesbaden. «Il mio libro – racconta – rappresenta un modo per lavare la mia colpa». Quella di essersi lasciato alle spalle i genitori, il fratello – sbattuto in carcere dal regime da oltre 4 anni e di cui non si hanno più notizie -, i suoi amici – tra cui Niraz Saied, l’autore dello scatto che lo rese noto in tutto il mondo – e le migliaia di siriani intrappolati in quell’inferno.

Aeham inizia a studiare musica controvoglia, come lui stesso scrive, ma spinto con tenacia dal padre che, malgrado la sua cecità, suonava il violino. «Noi siamo rifugiati», gli diceva. «Nella nostra terra non possiamo tornarci. Quindi tu devi essere internazionale». Per questo, lo iscrive alla scuola statale di musica della capitale, frequentata dalla borghesia benestante damascena, non certo un posto «per un lurido bambino palestinese di Yarmouk». Il tragitto, racconta l’autore nel suo libro, «durava un’ora e mezza per andare e un’ora e mezza per tornare. Lo percorrevamo insieme». Nel narrare della sua infanzia e della sua adolescenza, Aeham apre una finestra sulla vita nell’insediamento dove la sua famiglia era riuscita a costruirsi un certo benessere, fino alla spaccatura interna alla comunità con lo scoppio del conflitto, fra chi chiede la neutralità e chi appoggia Assad. Della musica Aeham ha fatto la sua vita – lavorando nel negozio di strumenti che il padre aprì a Yamouk per lui e nella fabbrica di liuti – e la sua salvezza, una volta uscito dalla Siria è grazie ai suoi concerti in giro per l’Europa che riesce mantenere la sua famiglia. Ma anche un simbolo di coraggio e speranza in mezzo al caos.

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