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Strutture di accoglienza,
la verità dietro la chiusura:
degrado e abbandono

Balestra, Cristopher e Capurso

Appartamenti senza luce e gas, in condizioni igieniche pessime, con persone abbandonate a se stesse e soprattutto senza soldi per andare avanti: la denuncia riguarda i tre centri di accoglienza chiusi dalla Prefettura a Soresina, Paderno Ponchielli e Casalmorano, gestiti dalla cooperativa milanese Hope, che fa capo anche ad altri centri sul territorio, e che ospitavano rispettivamente 21, 16 e 22 persone. Condizioni di vita insostenibili, peggiorate con l’avvento della legge “decreto sicurezza” di Salvini, che ha portato al taglio dei fondi destinati ai migranti.

Il j’accuse arriva da alcuni ex dipendenti e dagli ospiti delle strutture: “Siamo a conoscenza delle condizioni, a dir poco disumane, nelle quali versavano gli ospiti delle strutture che sono state chiuse” raccontano Emiliano Capurso e Caterina Balestra, rispettivamente ex medico ed ex operatrice dei centri. “Una situazione di grande degrado: appartamenti in condizioni di igiene pessima, con tanto di scarafaggi, spesa fatta pervenire agli ospiti con una cadenza spesso irregolare”. E’ un vero e proprio vaso di Pandora quello che si apre andando ad approfondire la situazione.

“E’ stato scritto che i centri sono stati chiusi per il numero esiguo di ospiti. In realtà il vero problema sono state le condizioni precarie di igiene (fatto verificabile visto che c’è un verbale redatto dal locale comando di vigili urbani e Asl di Soresina che hanno ispezionato la struttura) e il fatto che la cooperativa non aveva pagato le bollette di fornitura di elettricità e acqua” evidenziano gli ex dipendenti. “Oltre a ciò la cooperativa aveva lasciato senza operatori i centri di accoglienza e gli immigrati sono rimasti abbandonati a loro stessi”.

Nessuno, secondo i denuncianti, “portava loro del cibo, né tanto meno pagavano il pocket money di circa 70 euro mensili a testa. Gli avvenimenti di notevole gravità sono molti, come il mancato accompagnamento degli ospiti in ospedale o in questura”.

Gli ex dipendenti, inoltre, sono in causa con la cooperativa “per non aver corrisposto diverse mensilità di stipendi, motivo per il quale si sono tutti licenziati o sono stati licenziati dalla stessa. In questa vicenda sono stati calpestati i diritti umani, con comportamenti e azioni che, purtroppo, ricordano molto la “tratta degli schiavi” degli scorsi secoli”.

“Da giugno siamo rimasti senza luce” racconta Buba, uno degli ospiti della struttura di Agnadello, ancora aperta. “Il vicino di casa ci ha consentito di utilizzare il proprio impianto elettrico, altrimenti non sapremmo come fare. Inoltre non riceviamo i poket money da dicembre. Riusciamo a sopravvivere solo perché lavoriamo”.

“Ho abitato per quasi tre anni nella struttura di Soresina” racconta Backary Doukara, originario del Mali, che era ospite della struttura di Soresina. “Nell’ultimo periodo, prima della chiusura, non ci portavano più da mangiare e non c’era alcun operatore a seguirci. Siamo rimasti senza cibo per tre settimane, poi uno degli ex operatori ha saputo della nostra situazione e ha segnalao la cosa al Comune, che ci portava la spesa. Ora mi hanno mandato a Salvirola, ma avrei voluto restare a Soresina, perché lavoro qui”.

“Siamo stanchi di stare qui” si sfoga Susan Cristopher, nigeriana, tuttora ospite della struttura di Annicco. “Da gennaio non percepiamo il poket money, che è l’unica nostra fonte di reddito. Inoltre non ci sono più operatori fissi e ultimamente non ne vediamo più. Inoltre molti di noi non sanno come raggiungere la città, perchè nessuno ci accompagna e non abbiamo i soldi per il biglietto dell’autobus. Alcune persone devono prendere dei medicinali ma nessuno ce li procura. Spesso ci sentiamo trattati come animali, non come persone”.

Dall’altro lato della barricata, la cooperativa Hope racconta la sua versione dei fatti. “Da gennaio non ci stanno più arrivando i soldi per gestire la questione immigrazione” denuncia il portavoce, Mohammad Ubaid, detto Ubaldo, che si occupa personalmente di gestire le strutture. “Ci siamo dovuti indebitare, chiedendo prestiti, finché non siamo più riusciti a pagare i poket money, né gli stipendi degli operatori. Tanto che dovremo chiudere anche la struttura di Bagnolo Cremasco. Con il nuovo Decreto sicurezza si deve avere un operatore ogni 50 persone, dunque ne abbiamo uno solo che gestisce i 35 ospiti di cui ancora ci occupiamo (un tempo erano 98). Inoltre la nuova legge prevede che non si debba più provvedere all’accompagnamento delle persone, che devono imparare a cavarsela da sole. Ma così è difficile seguirli nel mondo migliore. Abbiamo ancora aperte due strutture ad Agnadello e due a Capergnanica, ma non so quanto riusciremo ad andare avanti”.

Laura Bosio

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