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16enne strappata alla famiglia
scappa dalla comunità e scrive
una lettera al giudice

Ha scritto una lettera al giudice chiedendo di poter tornare a casa.

“Per evitare di essere presa con la forza e di peggiorare la mia situazione, sono salita in macchina con la dottoressa e una sua collega. Non volevo assolutamente venire in questa comunità perché non volevo essere allontanata dalla mia mamma e dalla mia casa. Non credo di aver fatto nulla di male e in più penso di avere una madre davvero stupenda che si è sempre presa cura di me e non mi ha mai trascurata. Quindi desidererei con tutto il cuore poter ritornare”.

Ma le sue disperate parole sono rimaste inascoltate. Per questo, Monica (nome di fantasia ndr), 16enne di Crema, ha deciso di scappare dalla comunità nella quale era stata portata. Si è presentata all’alba a casa della madre, vagando chissà dove per tutta la notte tra Milano e Crema.

La mamma ha avvertito subito la comunità, e la Comunità Sociale Cremasca. Di fronte al rifiuto della figlia di tornare in comunità e persino di recarsi negli uffici dei servizi sociali, gli operatori sono andati a casa dalla ragazza per comprendere le ragioni del suo gesto e cercare di convincerla a tornare in comunità. La ragazza è stata irremovibile e gli operatori, un’assistente sociale e uno psicologo, hanno accettato di collocare temporaneamente la ragazza dai nonni per permetterle di studiare per gli esami a settembre. Ma nel corso del colloquio ci sono stati dei comportamenti spiacevoli.

“Sono rincuorata del fatto che alla fine i servizi abbiano capito la sofferenza di Monica e le abbiano permesso di rimanere a casa dai nonni in attesa delle decisioni del Tribunale – ha dichiarato la mamma – Ma mia figlia ha registrato l’incontro e ho potuto apprendere con sbigottimento che lo psicologo l’ha intimidita dicendole che se non
fosse tornata subito in comunità il giudice avrebbe potuto chiamare i Carabinieri e portarla con la forza anche a Canicattì. Monica si è sentita turbata e impaurita da queste frasi. Ritengo questo comportamento inaccettabile: è la seconda volta che mia figlia viene intimidita. Mi ero rivolta ai servizi sociali per essere aiutata in un momento di difficoltà, ma non ho trovato l’aiuto e la comprensione che speravo di ottenere. Ringrazio la comunità parrocchiale che si è stretta attorno a noi e alla nostra famiglia”.

Infatti la società civile non è stata a guardare. Oltre ai nonni, che hanno confermato la loro disponibilità, anche una signora della parrocchia e persino un religioso, si sono detti disponibili ad assistere la famiglia, mentre alcune amiche della mamma hanno creato un gruppo su Facebook che in poche ore ha raggiunto i duemila iscritti
https://www.facebook.com/groups/amici.ragazza.di.crema/

La storia inizia circa due anni fa quando la mamma di Monica denuncia l’ex marito per maltrattamenti in famiglia e il Tribunale vieta al padre la coabitazione con i figli. Il padre decide quindi di trasferirsi nel meridione, abbandonando, di fatto, la madre e i suoi due figli. La mamma si rimbocca le maniche e continua a crescere i figli da sola e senza alcun reale aiuto dei servizi sociali. Purtroppo nel gennaio del 2016, cade per un breve periodo nell’uso di sostanze stupefacenti, ma capisce ben presto il suo errore e si rivolge al Sert, che la sta seguendo ancora oggi con ottimi risultati. Anche con la figlia ci sono dei problemi a causa della relazione con un uomo più grande di lei che provoca una forte conflittualità tra la madre e la giovane adolescente. E nel giugno del 2016 il Tribunale, sentita in camera di consiglio la relazione del giudice onorario, e lette le relazioni degli operatori della Comunità Sociale Cremasca, ha emesso il drastico e drammatico provvedimento di allontanamento dei minori. Mentre la ragazza è stata allontanata, sul più piccolo, in carico al Servizio di Neuropsichiatria infantile, pende la minaccia imminente dell’allontanamento che fortunatamente è stato posticipato.

Secondo l’avvocato della famiglia, dott. Luca Avaldi, del foro di Crema “Questa famiglia poteva essere aiutata e sostenuta senza ricorrere all’allontanamento. L’affidamento della minore a una comunità è la soluzione che meno si confà alle esigenze di Monica. Il distacco di Monica da tutti i suoi affetti le ha causato un gross trauma e la possibile perdita di ogni punto di riferimento potrebbe portare a conseguenze che nessuno può prevedere. L’affidamento della
minore ai nonni materni è la soluzione che potrebbe permettere a Monica di ritrovare il proprio equilibrio evitandole le conseguenze di un nuovo distacco dopo quello dal padre. Si ritiene che il Tribunale adito, avendo oggi tutte le informazioni necessarie, possa rivedere la propria posizione”.

In questa vicenda la giustizia minorile di Brescia ha mostrato i limiti che abbiamo già avuto modo di denunciare in una situazione simile a Lumezzane – ha dichiarato Sonia Manenti del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani – Anche qui pare che, in definitiva, la decisione sia stata presa dal giudice onorario, che non è un giudice togato. In questo caso è persino il coordinatore di una comunità alloggio per minori, il che solleva anche un problema di possibile conflitto d’interessi. Certamente la famiglia aveva bisogno di aiuto, ma non certo di essere smembrata. Quando alcuni psichiatri, psicologi e assistenti sociali, tramite valutazioni, per loro stessa natura soggettive e opinabili, hanno la possibilità di indurre il Tribunale dei minori a prendere provvedimenti drastici e drammatici, gli abusi sono pressoché inevitabili. È necessaria una riforma radicale della giustizia minorile, che rimetta i giudici al centro del sistema e riconosca l’inconciliabilità di psicologia e psichiatria con la giurisprudenza. L’allontanamento dovrebbe essere previsto solo in casi particolarmente gravi come violenza famigliare, abusi sessuali, abbandono e simili; mai per motivazioni psicologiche soggettive come inidoneità genitoriale, conflittualità, problemi economici o abitativi. Ci auguriamo che, come nel caso di Lumezzane, il Tribunale decida di investigare direttamente e di garantire la giustizia e il sostegno che spetta a questa famiglia”.

Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus

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Commenti
  • montezuma

    Chi si occupa di servizi sociali e di persone “incapaci”, dovrebbe essere persona integerrima, di grande buon senso e di grandi capacità,ovviamente con uno stipendio ridicolo, un fattore anche questo. Ho avuto modo di conoscere vari casi e questo non è isolato. Va detto che i conflitti di interessi nel settore sono abbastanza comuni. La povertà in aumento e l’arrivo di molti stranieri (incontrollati, ma che manterremo per tutta la vita)) sta portando il settore oltre i limiti delle risorse disponibili. Oltre a quanto sopra, un certo andazzo politico-culturale porta a situazioni aberranti nelle quali gli operatori diventano la lunga mano di uno Stato invasivo e pervasivo. In questo senso ho avuto modo di incrociare i cosiddetti “commissari politici” dei regimi comunisti, duole dover ammettere che talvolta i servizi sociali e la magistratura assumono atteggiamenti molto vicini ai comportamenti tipici di quei personaggi. Forse involontariamente, ma non è un caso.

  • Vlad Vinetskiy

    Una terribile tendenzione.