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25 Aprile, le celebrazioni
in città: “Liberiamoci
dell’indifferenza”

Il 25 Aprile nel territorio non è stato solo polemica. In città le manifestazioni si sono svolto in grande stile con il corteo dalla chiesa di San Bernardino, dove è stata celebrata la S. Messa, al monumento ai caduti sotto i portici che conducono in piazza Duomo. Pochi metri di corteo con le autorità militari, e i rappresentanti delle istituzioni: il sindaco Stefania Bonaldi, l’assessore provinciale Paola Orini, gli onorevoli Cinzia Fontana e Franco Bordo, il consigliere regionale Agostino Alloni e tanti consiglieri comunali della città. La posa della corona di alloro e il discorso del sindaco Stefania Bonaldi e del presidente dell’Anpi, Paolo Balzari. Il ricordo, la democrazia e la richiesta alle istituzioni, soprattutto al Governo, di impegnarsi per portare il Paese fuori dalla crisi. Il ricordo dei quattro partigiani  Ernesto Monfredini, Antonio Pedrazzini, Gaetano Paganini e Luigi Bestazza, fucilati all’alba del 28 novembre del 1944 dove ore si trova lo stadio Voltini. e poi un nuovo corteo verso il monumento ai Caduti di piazza Trento Trieste. Quest’anno, dopo anni di assenza, il corteo e le istituzioni hanno posato corone di alloro a tutti i monumenti dedicati ai caduti della città, compreso quello allo stadio Voltini. In piazza un banchetto pacifico degli antagonisti che hanno distribuito volantini, ma senza creare problemi o inscenare particolari contestazioni.

IL DISCORSO DEL SINDACO STEFANIA BONALDI

Fino al 25 aprile 1945, quel giorno si ripeteva anonimo, tutti gli anni.

Come dicono enciclopedie ed almanacchi, era solo il 115° giorno del Calendario Gregoriano, 116° negli anni bisestili. Un giorno come tutti gli altri giorni.

Tutti i giorni in realtà sarebbero uguali agli altri, sono dei contenitori vuoti, fino a quando noi uomini non li rendiamo significativi, associandovi un evento, un sentimento, una ricorrenza.

E’ così che il 25 aprile 1945 è diventato un compleanno decisivo nella nostra storia e nella nella vita di tutti noi, anche di coloro che non erano ancora nati, come la sottoscritta e come la maggior parte dei cittadini italiani. Quel giorno l’esercito nazifascista si arrese definitivamente e lasciò l’Italia.

Me non accade per caso, non fu un avvenimento spontaneo. I tedeschi non se ne andarono di loro spontanea volontà, ma fummo noi stessi a cacciarli, dopo mesi e mesi di lotte sanguinose.

Se ne andarono sotto la spinta dall’insurrezione partigiana, ossia cacciati da una pluralità di italiani che non sopportava di essere sottomessa e che per questo prese le armi lasciando sul terreno una miriade di giovani vite, alle quali appartengono i 4 partigiani fucilati il 29 novembre 1944 allo Stadio Voltini, dei quali ogni anno, in quella data, facciamo memoria apponendo una corona di alloro davanti a quel luogo. Cosa che faremo anche quest’oggi.

Quelle giovani vite che ricordiamo oggi, associandole a questa data, con un senso di gratitudine che si rinnova di anno in anno e che diventa ogni volta più grande, perché ognuno di noi, invecchiando, comprende a ogni 25 aprile qualcosa in più del valore della vita e della libertà.

Il valore della vita, i cui giorni diventano più preziosi quando l’esistenza si conclude troppo presto, come accadde a tanti nostri fratelli di allora. Il valore della libertà che percepiamo troppo di rado, perché grazie a chi morì per noi non ci è mai mancata. La libertà è un bene di cui si coglie tutta la potenza solo quando ci viene sottratta, solo allora si avverte il trauma della perdita, un trauma talmente forte che si è disposti a perdere la vita per cercare di riconquistarlo.

Oggi abbiamo la fortuna di non doverci più liberare da un invasore straniero, ma il cammino di liberazione non si ferma mai, c’è sempre qualcosa di cui liberarsi.

-Il primo morbo da respingere è l’indifferenza, che priva del senso delle cose, perché tutte sembrano avere lo stesso valore, dalla vita di una persona ai risultati della squadra del cuore.

-Un altro morbo di cui liberarci è l’egoismo, quella malattia dello spirito che ci fa illudere di poterci salvare da soli, in dispregio di chi soffre accanto a noi. Proprio i resistenti ci ricordano, con il loro sforzo corale, di popolo, che nessuno si può salvare da solo, soprattutto nei momenti difficili come quello presente.

-E ancora dobbiamo liberarci dalla pretesa di poterci impossessare con la violenza della vita delle persone più deboli, soprattutto delle donne, che nel nostro paese continuano a morire per mano maschile con una contabilità sconvolgente. 124 nel 2012.

-Sono molte altre le schiavitù e le pretese cui dobbiamo dare il benservito, ma come madre e come sindaco sento di dovere mettere in guardia contro l’illusione che potremo cambiare in meglio il nostro mondo rinunciando a educare, in tutti i modi in cui è possibile educare.

I politici soprattutto devono diventare educatori, aprendo la strada della virtù collettiva con il loro comportamento. In questi anni è stata proprio la politica il soggetto che più si è impegnata nell’odiosa opera di demolizione dei valori del 25 aprile, dando una prova di sé che in questo tempo ha portato il paese al collasso. I cittadini vogliono essere guidati con l’esempio, perché solo questo può indurli a sentirsi parte di un progetto leale e condiviso.

Ma la prima vera opera educativa è quella che viene richiesta a noi genitori. I bambini e i ragazzi sono il motore del cambiamento e della speranza, educarli è il primo modo per liberarli, educarli in modo competente, facendo loro amare la vita e i valori comuni. Vorrei concludere leggendo alcune parole di Giacomo Ulivi, diciannovenne studente di Parma, condannato a morte e fucilato nella Piazza Grande di Modena qualche giorno prima che i partigiani cremaschi fossero uccisi al Voltini.

Appena prima della fucilazione, Giacomo Ulivi scrisse queste parole di sconvolgente attualità, parole che dovrebbero indurci pensieri più responsabili sul nostro fragile presente.

“Cari amici, dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo nei nostri mali. Qui sta la nostra colpa: come mai, noi Italiani, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? che cosa abbiamo creduto? creduto grazie al cielo niente, ma in ogni modo ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente. Questa ci ha depredato e questo è il lato più roseo io credo. Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale, la mentalità di molti di noi. Credetemi la “cosa pubblica” è noi stessi. Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo insomma.

E se ragioniamo il nostro interesse e quello della cosa pubblica finiscono per coincidere. Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri. Se non ci appassioniamo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete voluto più sapere!

Buona Liberazione a tutti.

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