Cronaca
Commenta

"In balìa dei rapinatori per 4 ore"
Il racconto shock delle vittime

Quasi quattro ore di terrore. E’ la notte da incubo vissuta la sera del 23 giugno del 2018 da Claudio, 69 anni, da sua moglie Silvia, 63 anni, e dal loro figlio Manuele, aggrediti e rapinati nella loro villa di Crema da quattro incappucciati. Oggi l’imprenditore cremasco e la sua famiglia, compresa la figlia, che quella sera era fuori casa, hanno testimoniato al processo contro i presunti rapinatori. Cinque gli imputati che devono rispondere di rapina, sequestro di persona, furto in abitazione e lesioni personali in concorso.

Si tratta di Gimi Daniel Chiratc, 30 anni, Denisa Cristina Ciungan, 26 anni, Mihai Irinel Bazavan, 25 anni, Alin Constantin Sau, 33 anni, tutti romeni residenti nel cremasco, e Andrijana Andelkovic, 26 anni, serba. Presunti complici, un 21enne romeno, all’epoca dei fatti minorenne (sarà giudicato presso il tribunale dei minorenni di Brescia) e il connazionale Stefan Cristian Bilan, 24 anni, che ha scelto un rito alternativo. Gli imputati erano stati arrestati nel marzo del 2019 dagli uomini della squadra Mobile di Cremona nell’operazione “Bad Boys”.

La prima a raccontare ai giudici quanto accaduto è stata Silvia, che a ripensarci ha ancora i brividi. La donna ha riferito di essere rientrata in casa insieme al marito verso le 22,20 dopo una cena. Lui aveva fatto ancora un giro fuori, mentre lei era rincasata. “Ho aperto una finestra e ho guardato la televisione”, ha ricordato. Poi un rumore, qualcosa che cadeva. “Sono salita al secondo piano e sono sbucati quattro incappucciati. Mi hanno strappato il ciondolino che avevo al collo, poi siamo scesi giù e mi hanno messa a sedere. Avevo una persona davanti a me armata di un grosso cacciavite e di una pistola. Mi ha detto di stare tranquilla, che anche suo papà aveva subito un furto e che non erano cose giuste. Mentre lui mi faceva parlare, gli altri giravano per la casa. Io tremavo dalla paura”.

Quando il marito era rientrato, verso le 23,30 era stato aggredito con un pugno e buttato a terra. Poi era stato colpito con un altro pugno. “Mi hanno detto che erano della polizia segreta”, ha detto Claudio. “A colpirmi è stata una persona, poi ne avevo addosso tre”. Anche l’imprenditore era stato fatto accomodare sul divano vicino alla moglie. “Ad un certo punto ho fatto finta di stare male per vedere se potevo reagire”, ha detto il padrone di casa. “Poi loro mi hanno portato dell’acqua. Continuavano a girare, non finivano mai”.

Verso mezzanotte e mezza era rientrato anche il figlio, che era fuori con gli amici. “Gli ho urlato di stare calmo”, ha raccontato Silvia. “L’hanno preso in tre. Poi volevano andare nell’appartamento sotto il nostro dove viveva mia mamma, di 85 anni, mentre in quello di lato viveva mia nipote con il marito e la loro bambina di 9 anni. Li ho pregati di non andarci, e a quel punto loro sono scesi dall’altra mia nipote che era via. Lì hanno rovistato e poi sono saliti da mio cognato. Volevano la chiave della sua cassaforte, ma noi non l’avevamo”.

Verso le 2 di notte i rapinatori, tutti vestiti di nero con scarpe da ginnastica rosse e con indosso passamontagna e guanti e muniti di ricetrasmittenti per comunicare tra loro, e probabilmente con i complici all’esterno, avevano chiamato i rinforzi. Verso le 2 di notte la famiglia era stata portata nell’abitazione del cognato e da un borsone nero, portato da altri due complici, i rapinatori avevano estratto un flessibile con il quale avevano tagliato la cassaforte. Il rumore era stato sentito dalla nipote di Silvia che abitava sotto il cognato e che aveva chiamato la polizia. Nel frattempo, però, la banda si era data alla fuga, lasciando la villa a soqquadro e portandosi via un bottino ingente, tra gioielli, oro, telefoni, computer, capi di abbigliamento. Parte della refurtiva era stata persa in giardino durante la fuga, compreso il cacciavite di cui uno di loro era armato.

“Siamo stati in loro balia per quasi quattro ore”, ha ricordato Silvia. “Non sapevamo cosa potevano farci, quando ero da sola con loro avevo paura di essere violentata. Quando se ne sono andati ci hanno dato la mano e ci hanno chiesto scusa”. Secondo i padroni di casa, erano tutti uomini: “uno era grande e grosso, gli altri più piccoli, non erano italiani, il loro accento era dell’Est. Uno di loro, in particolare, era piccolo e molto agile”. “La paura è stata tanta”, hanno detto i due coniugi. “Una brutta esperienza che non auguriamo a nessuno”. “Ancora adesso vivo nel terrore”, ha confessato Silvia.

In aula ha testimoniato anche l’ispettore superiore della squadra Mobile della Questura di Cremona Luca Mori che ha illustrato l’indagine e come la polizia sia arrivata all’identificazione dei presunti responsabili. Tutto è partito dall’analisi del traffico telefonico di Denisa Cristina Ciungan e di Andrijana Andelkovic, che, da come era emerso, conoscevano la villa. Le donne avevano conosciuto e frequentato Ernesto, il fratello di Carlo. Dai telefoni delle due imputate, gli investigatori avevano ricostruito i loro contatti che, attraverso l’esame delle celle telefoniche e dei vari spostamenti, avevano consentito agli investigatori di identificare i presunti complici.

Si torna in aula il prossimo 26 ottobre con gli ultimi tre testimoni del pm.

Sara Pizzorni

© Riproduzione riservata
Commenti