Cronaca
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Un anno di covid: la riflessione del sindaco Stefania Bonaldi

Prima non c’era. Parto da questa semplice affermazione perché i dodici mesi che faticosamente cerchiamo di lasciarci alle spalle, rappresentano una linea di demarcazione esistenziale molto netta. Un muro che separerà a futura memoria il prima dal dopo, come accade quando usiamo i sostantivi anteguerra e dopoguerra.
Un anno talvolta impossibile, spesso doloroso, quasi sempre straniante, insinuatosi nelle pieghe del nostro mondo interiore, toccandone i connotati, perché non c’era un precedente a cui riferirsi e perché a noi non poteva accadere, come siamo portati a pensare quando scopriamo di avere una malattia grave, di quelle che in genere colpiscono solo gli altri. Certe cose a noi non possono accadere, perché la cultura in cui siamo immersi ci induce a sentirci immortali, inattaccabili.
Invece arriva il momento e ti trovi impreparato, o perlomeno pensi di esserlo, perché poi lo spirito di sopravvivenza e il senso di responsabilità cominciano a mobilitare energie sconosciute, ti regalano quote di coraggio inatteso, quello che ti fa prendere decisioni impopolari senza indugio.
Ricordo quando, eravamo ancora nella terra di nessuno della scoperta del “paziente uno” a Codogno, mi sono trovata di fronte una scadenza quasi sacra per noi cremaschi, il Carnevale. Cancellare quell’esplosione di spensieratezza è stato un passaggio che in me sapeva di sconfitta, eppure andava fatto. Nei giorni successivi, siamo stati chiamati alle armi, e come sempre accade, si fa strada quell’”eccezionale” di cui tutti siamo portatori a nostra insaputa, così sono arrivati gli antidoti, innumerevoli opposizioni alla pandemia, in cui tutta la comunità è diventata personale sanitario di complemento, prendendo forza e coraggio dai professioni della salute.
L’ospedale e la cittadinanza si sono fusi. Una risposta ancora più decisa della minaccia che incombeva su di noi, una manifestazione di maturità di persone, esercizi, categorie, giovani, scuola, anziani, reti sociali, sport, ognuno capace di adattarsi alla nuova realtà anche a prezzo di immensi sacrifici, quando non addirittura di lutti, di perdite che facevano vacillare, distacchi spesso senza la consolazione degli ultimi istanti.
Infine, la scoperta che il mondo è unito da condotte grandi come oleodotti, percorse dall’energia della solidarietà. I nostri fratelli cubani erano così vicini, ma noi lo ignoravamo, ora invece sappiamo di avere fratelli ovunque. Oggi la scienza, frutto dell’intelligenza della nostra specie, ci fa un grande regalo, è partita la campagna vaccinale, ma stavolta l’esito non è oscuro, saremo noi a gioire. Ce lo siamo meritati!
L’augurio che rivolgo a tutte e tutti coloro che sono stati impegnati nella traversata, tenendosi per mano, è di non perdere nemmeno un fotogramma di questi mesi, sarà un aiuto a riflettere per non tornare alla normalità di prima, perché parte dei problemi sono nati da quella.
Diamoci una possibilità vera, facendo memoria e tenendo accesa la fiaccola della riconoscenza, solo così diventeremo migliori.

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