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Studio Uil: Cremona seconda
peggiore provincia lombarda
per incremento decessi 2020

Cremona è la provincia lombarda che, dopo quella di Bergamo, ha avuto il maggiore incremento di decessi nel periodo tra gennaio e novembre dello scorso anno rispetto alla media dei cinque anni precedenti. Dati che purtroppo sono noti ma che sono stati ulteriormente studiati nel report elaborato dalla Uil del Lario (Como – Lecco), per evidenziare la necessità di accelerare le vaccinazioni e ripensare il sistema socio sanitario regionale.

Nel periodo considerato, l’incremento di mortalità sul cremonese rispetto alla media dei cinque anni precedenti è stato del 58,14%, a Bergamo si è saliti addirittura del 66,12%. Il 2020 era iniziato bene per la nostra provincia: rispetto alla media della mortalità nei cinque anni precedenti nei mesi di  gennaio e febbraio, c’era stato un calo del 5,8%: 775 persone decedute contro 823.

Drammatico il confronto con il periodo 2015 -2019 per i mesi di marzo e aprile: +404% a marzo (1919 decessi contro una media di 313) e +165% ad aprile (863 contro 326).

“La situazione – scrive la Uil –  migliora nei mesi seguenti a seguito delle restrizioni allo spostamento e della chiusura delle attività produttive, fino a settembre. Il numero delle vittime oggetto dello studio ritornano a peggiorare dal mese di ottobre e in modo particolare a novembre 2020”. Ad ottobre e novembre il Cremonese come noto registra una mortalità inferiore rispetto alle altre province del nord Lombardia ma il confronto con i cinque anni precedenti mostra comunque un incremento: 339 morti nel 2020 contro i 330 della media dei 5 anni precedenti ad ottobre; 403 invece di 344 (+17%) a novembre.

I dati – è il commento della Uil – anche se ancora carenti del mese di dicembre, fanno percepire lo ‘tsunami di dolore psicologico’ che ha investito tantissime famiglie lombarde, le quali sono state private dei loro cari e che purtroppo continua anche in questo nuovo inizio anno.

Decessi che nella maggioranza dei casi hanno colpito persone anziane, più fragili ed esposte al rischio derivante dalla patologia del COVID-19. Non solo le loro famiglie hanno dovuto reggere questo immenso dolore ma anche tanti operatori sanitari che hanno prestato le loro cure hanno subito i traumi della sofferenza fisica e psicologica (oltre che essere loro stessi vittime di infortuni) di chi è stato vittima del Covid, ed è surreale che ancora oggi c’è chi si ostina a negare l’esistenza del virus.

Riteniamo che questa catastrofe umanitaria non può essere considerata un semplice evento imprevedibile ed inevitabile, ma deve essere di monito ed esortazione alle Istituzioni sanitarie Nazionali e Regionali per comprendere che cosa non ha funzionato nel sistema sanitario.

Occorre rivedere, anche nelle more della rivisitazione della legge regionale 23/2015, il sistema di assistenza privilegiando la prevenzione e la medicina territoriale per restituire ai cittadini il diritto universale alla salute.

Dobbiamo evitare in futuro di trovarci impreparati a situazioni analoghe ed è urgente nell’immediato velocizzare il processo di vaccinazioni dell’intera popolazione (…) E’ quindi indispensabile rafforzare l’organico del personale del servizio sanitario, che è stato in questi ultimi 20 anni depauperato dai tagli alla spesa pubblica, penalizzando notevolmente la medicina territoriale. Inoltre, è fondamentale ripensare ai percorsi di formazione universitaria per le professioni sanitarie abolendo il circuito a ‘numero chiuso” oggi non in grado di soddisfare il fabbisogno organico del sistema sanitario nazionale”. gb

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