Commenta

Eroi in naftalina e giovani
sfigati: un Paese senza equilibrio
in overdose da applausi

Enrico Toti è l’eroe per antonomasia. Privo di una gamba, volontario nella prima guerra mondiale, ferito in battaglia, lanciò la stampella contro il nemico, ultimo gesto prima di morire. Un sommergibile porta il suo nome e si trova al Museo della scienza di Milano, attracco finale di un viaggio avventuroso entrato nella storia dei trasporti eccezionali, Cremona e la Paullese protagoniste del trasferimento.

Oggi gli eroi abbondano. Inflazionati, hanno perso di prestigio.  Meglio tanti che nessuno. Comunque non si rischia l’overdose, ma l’assuefazione, che è disincanto e staticità. Pochi, ma buoni sarebbe preferibile.

Stampa e televisione sfornano eroi a raffica. Passato il momento di gloria mediatica, nessuno si ricorda del loro nome e del gesto eroico. Sic transit gloria mundi e buonanotte al secchio e chi se ne fotte più dell’eroe. Come nella canzone di Cocciante: avanti un altro.

«Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi» sostiene Bertolt Brecht, ma anche sventurata l’informazione che per vendere più copie e ‘fare’ audience ne produce in numero industriale.  Si è passati dai polli in batteria agli eroi in batteria, ma il troppo stroppia e genera confusione.

Oggi l’eroe è di moda. Soprattutto è utile. Sostituisce la carenza di sostanza e attenua l’attenzione sui problemi che lo hanno generato.

Un tempo c’era l’eroe dei due mondi. Adesso c’è l’eroe del paese, del quartiere, del condominio, della scuola. Ma anche quello del gossip. Ognuno ha il proprio eroe e l’abbondanza, per la legge della domanda e dell’offerta, abbassa il valore del prodotto, ma non ci sono svendite, né saldi. E gli outlet con gli eroi scontati non sono previsti. Si devono tenere, applaudirli quel tanto che basta per regalare loro il quarto d’ora di notorietà che, secondo Andy Warhol, spetta a ciascuno di noi. Poi subito in naftalina.

Esclusi i medici e sanitari e gli altri lavoratori in prima linea nella guerra contro il covid-19 per i quali la qualifica di eroi è meritata e fuori discussione, esiste una pletora di altre persone che definire tali è improprio. Il problema non è degli eroi ma di chi li classifica tali. Un’assegnazione indebita, in alcune circostanze fastidiosa per chi la subisce.

In un paese normale, è normale che una persona normale svolga il proprio lavoro anche se pericoloso nel migliore dei modi possibili e affronti – con tutte le cautele e le protezioni necessarie – i rischi derivanti dall’attività intrapresa. E’ normale che un cittadino soccorra una persona ferita, denunci il collega disonesto, si batta contro l’ingiustizia.

Se tutto questo è vero, allora è altrettanto vero che soccorrere una persona ferita, denunciare un collega disonesto, combattere l’ingiustizia non è una condizione sufficiente per ottenere la patente di eroe.  E’ normale senso civico, meritevole di un attestato di cittadino per bene. Non è poca cosa. Ma diversa dalla qualifica di eroe. E’ normale. Punto a capo.

Se la normalità diventa eroismo, qualcosa non funziona. Ma forse non è così. Forse il mondo va al contrario. Forse ha ragione Lucio Dalla. «Io sto sempre in casa, esco poco. Penso solo e sto in mutande. Penso a delusioni, a grandi imprese. A una thailandese. Ma l’impresa eccezionale, dammi retta. È essere normale».

Ma qui si pone un altro problema. Cosa è la normalità oggi?

E’ normale che milioni di giovani vivano senza poter programmare il proprio futuro? Che migliaia di anziani percepiscano pensioni da fame? Che molte famiglie non riescano con lo stipendio a tirare la fine del mese? Probabilmente, sì è normale.  Allora eroi anche loro?  No. Sfigati. Non fanno audience e non incrementano le tirature. Normali e dimenticati.

Sventurato il paese che trasforma la normalità in eroismo. Se non disturba coscienze e manovratore.

Antonio Grassi

© Riproduzione riservata
Commenti