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Festa della Repubblica:
la celebrazione a Crema
e il discorso del sindaco

Celebrazione del 2 giugno in forma ridotta anche a Crema, durante la quale il sindaco Stefania Bonaldi, alla presenza delle autorità civili e militari, ha deposto la corona d’alloro al Famedio di Piazza Duomo, insieme a due neodiciottenni.

Ai ragazzi – Benedetta Fugazzola e Filippo de Stefani – è stata poi consegnata una copia della Costituzione, a simbolo di tutti gli altri neomaggiorenni ai quali, come da tradizione, verrà consegnata nei prossimi giorni (a domicilio, grazie a un gruppo di volontari, dato che non è possibile radunare tutti i maggiorenni in sala consiliare come negli anni precedenti).

Di seguito il discorso del primo cittadino:

Anche quest’anno siamo reduci da un lungo referendum, una consultazione molto diversa da quella che si tenne 2 e il 3 giugno del 1946, quando si chiese agli italiani di decidere fra monarchia e repubblica. A noi, in questi mesi, è stato chiesto di scegliere tra tutto ciò che abbiamo costruito, qui nella nostra Crema, e la desolazione di una realtà che minacciava di ricacciarci indietro nel tempo, privandoci della nostra gioia di esserci.

74 anni fa, l’Italia usciva da una guerra di inimmaginabile crudeltà. C’erano solo macerie intorno ai nostri connazionali, macerie fisiche, morali e politiche, alimentate dall’intrusione violenta del fascismo, una macchia scura che grava ancora nel cuore di troppi.

Anche oggi usciamo dalla prova di una minaccia violenta, di carattere sanitario, ma anche esistenziale, perché si è collocata tra di noi impedendoci di avvicinarci, di stare insieme, di esprimere la nostra natura di relazione. Una minaccia vigliacca perché invisibile, capace di minacciare le nostre famiglie, la nostra memoria, portandosi via i nostri anziani, e non solo loro.

Ebbene sì, questo è stato il nostro referendum del 2020, abbiamo votato in massa, e abbiamo già i risultati. Schiaccianti. Il 100% dei cremaschi ha scelto di riprendere da dove avevamo dovuto interrompere, continuando a produrre meraviglie, valori famigliari, civili, culturali, imprenditoriali e, permettetemi, morali, perché quello che in questi mesi tutti noi abbiamo mostrato al resto del Paese, dando coraggio anche agli altri, è che nulla è impossibile alle donne e agli uomini quando sono mossi da un amore per la vita così travolgente.

Così come il 2 giugno del 1946 ci schierammo a difesa dei valori democratici, della libertà, dell’eguaglianza, dei diritti, del lavoro, pietra angolare del Paese, e della partecipazione collettiva al bene Comune, ciascuno facendo la propria parte, secondo il proprio ruolo, oggi, 2 giugno 2020, ci siamo ancora schierati, sospinti proprio dalla forza che ci arriva da quella fatidica giornata quando abbiamo capito che il nostro destino, quello collettivo e quello individuale, si può scegliere, dipende da noi.

Si chiama Libertà, ma può chiamarsi anche Vita, come abbiamo potuto sperimentare tutti insieme nelle settimane che ci siamo lasciati alle spalle. Ci sono sempre delle scelte da fare, ne abbiamo fatte in questo periodo così severo, senza mai tradire le premesse, mostrando di essere degni nipoti degli italiani che aprirono quella stagione repubblicana, da cui scaturirono progresso e benessere.

Questo tempo, così difficile e doloroso, con partenze drammatiche e solitarie, deserti emotivi, insicurezza economica, aumento copioso delle fragilità, ha molte affinità con quel tempo e come allora richiede un impegno straordinario di ciascuno, quale che sia il suo posto nella Comunità.

Nella nostra città questa tensione verso il bene comune, verso il prossimo non è mancata, anzi è fiorita in modo commovente. Siamo stati raggiunti da gesti e sentimenti di solidarietà che arrivavano da lontano, abbiamo sentito vicini il Paese e il mondo intero; questo ha liberato anche fra di noi energie enormi, risposte di altruismo diffuse, massicce. Sono state sprigionate forze positive, palesati valori genuini, accantonati atteggiamenti di chiusura e di individualismo.

Eccolo il nostro 2 giugno, ancora una volta emozionante, sebbene malinconico, ottimistico, sebbene appesantito dai lutti e dalle fatiche. Ora che ci siamo incamminati, dobbiamo continuare lungo questa strada, abbiamo imparato un metodo di lotta, che sarà prezioso per far crescere ancora di più la nostra città, che mai abbiamo amato come durante questi ultimi mesi. Così come abbiamo amato la comunità nazionale, di cui ci sentiamo parte importante. Così come abbiamo amato il mondo intero, che bussando alla nostra porta è riuscito a farci comprendere il valore delle nostre vite.

Adesso mi accingo a consegnare la Costituzione a due diciottenni e nelle prossime ore, grazie all’opera di diversi volontari, a ciascun diciottenne della nostra città sarà portata a casa la Costituzione Italiana. Li avremmo voluti tutti nella Casa Comunale, secondo una prassi inaugurata ormai da qualche anno, non è stato possibile, ma abbiamo voluto comunque tenere viva questa tradizione e ribadire che la nostra Costituzione, di cui oggi è la festa, è e rimane nostra madre, quella che ci protegge e ci incoraggia a puntare le nostre vite sul bene comune e non sui vantaggi personali, privi di respiro, privi di cultura, privi di umanità, privi di futuro.

Viva la Repubblica, la nostra Repubblica.

Viva gli italiani, di ieri e di oggi, soprattutto coloro che tra i diritti e la prepotenza, tra la democrazia e le avventure senza futuro, non ebbero dubbi.

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