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Sindaci, precari e in
trincea: soldati armati di
decreti e ordinanze

“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, Giuseppe Ungaretti. E le foglie sono i sindaci. Precari, in trincea, come i soldati del poeta, armati di decreti e ordinanze, applicano le direttive dei generali anticovid-19. Generali non inetti. Tentennanti. Non spavaldi. Timorosi. Non autorevoli. Autoritari, ma senza esagerare. Confusi.  Privi di bussola, in conflitto con i propri ufficiali e avulsi dalla truppa, i capi in testa non mancano né di buona volontà, né di impegno. Lodevoli nello svolgere un mestiere che non è il loro, al posto sbagliato al momento sbagliato, non lesinano energie per dimostrare l’inefficienza che li contraddistingue. Vanno in televisione, illustrano i provvedimenti e annunciano la data dell’entrata in vigore delle nuove regole. Lasciate le telecamere litigano tra di loro. Tolgono, aggiungono, modificano e la favola di Cappuccetto rosso diventa di Cappuccetto rosa.

Per non farsi mancare nulla e complicare la vita dei sindaci, i generali normano ogni movimento, azione, respiro dei cittadini. Per ora, si salva la pipì: ancora non esiste un decreto che precisi se è una funzione da svolgere con mascherina oppure senza. Con il dovuto rispetto per la categoria, i sindaci sono la cloaca nella quale confluiscono tutte le prescrizioni di governo, ministeri, regione e qualche altro ente che si sente autorizzato a partecipare alla fiera o, più realisticamente, al casino.  I sindaci hanno l’obbligo di applicare norme e regolamenti e controllare che vengano rispettate. Se privi di risorse, mezzi e uomini per adempiere al compito devono ingegnarsi per trovarli. In altre parole, cavoli loro.

I generali vagano nella nebbia. Per uscirne si affidano a uno stuolo di consulenti ed esperti, con curricula che uno si mette sull’attenti appena li legge. Cazzuti, che Louis Pasteur al confronto era un dilettante, consigliano un giorno di andare a destra e quello successivo a sinistra. Il terzo, l’impulso di mandarli a quel paese è forte. I generali e i loro consiglieri hanno spiegato che la Fase 2 è un rischio calcolato, concetto che i tipi dai modi spicci e allergici alla mediazione verbale hanno inteso e tradotto in «sono cazzi vostri e sperate in una botta di culo» con al seguito un gesto scaramantico precluso alle donne.

Annunciata il sabato dal capo di stato maggiore con una conferenza stampa, firmato il Dpcm nel tardo pomeriggio della domenica, la Fase 2 è entrata in vigore poche ore dopo, il lunedì. Nel frattempo i sindaci hanno trascorso una domenica da operatori di call center per rispondere a commercianti e artigiani preoccupati per l’incertezza di quel che li attendeva il lunedì. Rommel era la volpe del deserto. I generali antivirus sono gli Alessandro Magno dei cacadubbi. I sindaci, gli agnelli sacrificali. Caporali, trattati da attendenti, i primi cittadini, di fatto ultima ruota del carro, pagano e hanno pagato incertezze ed errori dei comandanti, ma non si sono arresi e non si arrendono

La guerra contro il virus non è finita. E’ solo cambiata. E’ iniziata, appunto, quella del rischio calcolato. Tocchiamo ferro, incrociamo le dita e speriamo nella fortuna. Che è cieca, dettaglio assai pericoloso. Nella speranza che ci capiti la botta di culo, che i generali imparino il mestiere, che qualcuno proponga il tampone anche per i sindaci, che le note esplicative regionali e le Faq governative chiariscano i dubbi sul decreto della Fase 2 senza crearne altri, insomma, in attesa che la vita riprenda, perché non immaginare che, dopo la sconfitta del killer, ci possa essere un mondo diverso. Migliore. The Times They are a-changin’, Bob Dylan, 1964.  L’anno prima era stato ucciso John Kennedy, era morto Papa Giovanni e l’Italia aveva pianto le vittime del Vajont. Fanculo virus.

Antonio Grassi, sindaco di Casale Cremasco Vidolasco

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