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Covid, il racconto di Gianluca,
anestesista rianimatore: 'Non
siamo eroi. Siamo lavoratori'

Gianluca Spinelli

Gianluca Spinelli, 31enne cremasco, è uno specializzando anestesista rianimatore, ma come ha sottolineato il suo collega medico Paolo Gritti “lavora come noi, bisogna essere grati a questi ragazzi”.

Gianluca opera da meno di un anno al Papa Giovanni XXIII di Bergamo che, come la sua zona di provenienza, è stata duramente colpita dai contagi di Coronavirus. L’ospedale del capoluogo lombardo ha, attualmente, una novantina di posti di terapia intensiva (prima erano circa 40), oltre a quelli di subintensiva. Gianluca, come gli altri, effettua turni di 10-12 ore: “Nessuno, neanche tra i medici più anziani, ricorda una situazione vagamente riconducibile a questa emergenza, neppure quelli che hanno lavorato all’estero, in zone sensibili”.

“Ci si aspettava l’alta marea ed è arrivato uno tsunami”. Queste le parole più forti del 31enne – riprese da un collega -, che spiega il proprio punto di vista (condiviso da molti altri medici) secondo cui il coronavirus ha letteralmente travolto il mondo, prendendo alla sprovvista tutti. E se leggere le teorie complottiste per uno che della scienza esatta ne ha fatto una missione di vita, l’umore – per quanto possibile –  si distende ascoltando le parole di un medico tedesco: “Ho accompagnato all’aeroporto alcuni pazienti diretti in Germania. Un collega mi ha detto ‘grazie per quello che state facendo. Ora dobbiamo essere europei’. Sono parole che confortano; è bello che qualcuno riesca a effettuare un ragionamento di comunità”.

Anche tra colleghi la solidarietà è grande, tanto quanto quella che arriva dall’esterno, da ex pazienti o semplici cittadini che vogliono sostenere il proprio ospedale in un momento delicato. Ma non basta, per un medico – tanto più così giovane – che torna a casa da solo, a fine turno, e cerca di staccare la testa qualche ora. “Ascolto della musica, provo a guardare la tv. Il vero dramma è quando mi metto a letto, perché rivivo tutto quello che ho visto e dormire a volte è impossbile”.

Ma non chiamatelo ‘eroe’: non vuole. “Non abbiamo alcun superpotere. Il personale sanitario fa esattamente quello per cui ha studiato e per cui si è formato. Considerarci eroi, martiri, significa enfatizzare ancora di più le falle di un sistema sanitario che è stato spesso sottoattenzionato”.

Gianluca, hai paura? “Di contrarre il virus? Credo di averlo già attraversato, come molti altri che lavorano in ospedale. Ho avuto paura per i miei famigliari a Crema; una preoccupazione fortunatamente passata. La paura più grande – conclude – è di non eseguire il mio lavoro in modo eccellente, perché questa situazione è complicata da portare avanti nel tempo. E ce ne vorrà ancora molto prima di vedere la luce in fondo al tunnel”.

Ambra Bellandi

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