Un commento

Diffamarono il sindaco
Bonaldi; due condannati in
primo grado in sede penale

Una condanna penale in primo grado alla pena di 1.500 euro di multa per diffamazione aggravata, più 2.800 euro di spese legali oltre accessori di legge e altri 2.000 euro a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva per il danno subito; una condanna penale pecuniaria per il reato di diffamazione a mezzo stampa con 600 euro di multa, 3.432 euro di spese legali oltre accessori di legge e una provvisionale immediatamente esecutiva per danni di 4.000 euro in favore della costituita parte civile.

Si sono concluse con queste sentenze di condanna in primo grado del Tribunale di Cremona le due denunce-querele per diffamazione sporte dal sindaco di Crema, Stefania Bonaldi, nel marzo 2015, durante le fortissime tensioni per il “caso moschea”, e nel dicembre 2016 relativamente a fatti di rilevanza penale occorsi al Tribunale di Cremona e inopinatamente collegati dall’articolista alla chiusura del Tribunale di Crema.

Due casi diversi: nel primo, un messaggio violentemente diffamatorio e insultante diffuso da un uomo di 43 anni residente a Crema attraverso un commento sulla piattaforma “Facebook”; nel secondo, invece, un articolo pubblicato dal direttore all’epoca del sito InviatoQuotidiano nel quale si stabilivano un collegamento e un nesso improprio tra un caso di cronaca avvenuto al Tribunale di Cremona e il sindaco, attribuendole responsabilità a causa della chiusura del tribunale di Crema, che non poteva assolutamente avere.

Le motivazioni della sentenza di condanna in primo grado per il commento su Facebook sottolineano come quel testo fosse “disponibile e accessibile a tutti gli utenti indistintamente (…) certamente gravemente lesivo non solo della reputazione di Stefania Bonaldi, ma altresì screditando il ruolo di sindaco del Comune di Crema”. Altrettanto rilevante la citazione della sentenza della Corte di Cassazione che ha stabilito che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso la bacheca di Facebook “integra un’ipotesi di diffamazione aggravata poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone”, aggiungendo che l’utilizzo di Facebook “è una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita”. L’offesa fatta sul social network, insomma, è ancora più grave per la potenzialità del mezzo nel coinvolgere una pluralità di persone, “causando un più diffuso danno alla persona offesa”. Le motivazioni della sentenza di condanna per reato di diffamazione “a mezzo stampa” distinguono il diritto di critica – tesi difensiva del legale del giornalista imputato – con la prospettazione data ai lettori di fatti opposti alla verità. Nel caso sollevato dalla denuncia-querela che ha dato ragione al Sindaco, un articolo di pura cronaca su fatti avvenuti al Tribunale di Cremona è diventato il pretesto per incolpare Stefania Bonaldi di un antefatto – la chiusura del Tribunale di Crema – senza che ci fosse una relazione tra i due fatti ed anzi evitando ogni demarcazione, così da portare il lettore “ad attribuire un collegamento causale tra la chiusura del Tribunale di Crema e i fatti delittuosi avvenuti a Cremona”. Il Giudice penale del Tribunale di Cremona ha stabilito che questo accostamento era
illegittimo e non aveva nulla a che fare col diritto di critica politica, perché essa “non può scriminare la falsa attribuzione di una condotta scorretta utilizzata come fondamento per l’esposizione a critica del personaggio stesso; ciò in quanto la critica politica deve pur sempre fondarsi sull’attribuzione di fatti veri, posto che nessuna interpretazione soggettiva che sia fonte di discredito per la persona che ne sia investita, può ritenersi rapportabile al lecito esercizio di diritto di critica, quando tragga le sue premesse da una prospettazione dei fatti opposta alla verità”.
I due casi sono dunque accomunati dallo stesso illecito ravvisato dai giudici: una responsabilità oggettiva nel diffamare il sindaco di Crema, Stefania Bonaldi, danneggiando la sua reputazione, portando discredito, accostandola a fatti e azioni immaginarie con lo scopo di offenderla come politico e come donna.

“A tutte le donne, perché nulla mi toglie dalla testa che a tanto si sia arrivati anche perché sono donna”, commenta il sindaco di Crema, “vorrei dire che si possono contestare il nostro pensiero, la nostra azione, le nostre scelte. È assolutamente legittimo farlo, mai, però, possiamo permettere che pensiero, azione, scelte vengano traditi e offesi dal pregiudizio e sporcati da affermazioni false e lesive della nostra dignità. Soprattutto, i mezzi di comunicazione, tutti i mezzi, social network inclusi, non devono diventare una nuova arena di violenza su di noi e su nessun altro. L’unico
modo per contrastare questa cultura è difendersi, sempre, in tutte le sedi, denunciare, senza mai stancarsi, ed esigere che sia fatta giustizia e che chi ha sbagliato paghi, anche in nome di coloro che non possono farlo”.

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Commenti
  • Bepi

    Il leone da testiera passi (anche se ignorante delle leggi vigenti) ma il giornalista della testata locale (che io menzionerei anche con nome e cognome) non ha proprio capito che fare il giornalista implica corretto comportamento etico e valori di lealtà verso i lettori.. probabilmente credeva di essere su facebook insieme al leone da tastiera!!!