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False coop, l'accusa: 'Giavardi
capo di un sistema rodato in
cui ognuno sapeva cosa fare'

Nella foto, l’imprenditore Giancarlo Giavardi

Secondo la guardia di finanza, avrebbero messo in piedi un’associazione a delinquere specializzata nelle frodi fiscali sfruttando false cooperative di lavoro con un giro di milioni di euro. Il quadro accusatorio parla della gestione di 14 cooperative con oltre 300 dipendenti impiegati in varie aziende di macellazione e lavorazione di prodotti alimentari tra Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Cooperative in realtà fittizie, secondo quanto scoperto dalle indagini, senza alcuna parvenza di vita sociale o mutualistica.

E’ entrato nel vivo oggi, con la sfilata dei primi testimoni del pm Milda Milli, il processo nei confronti di Giancarlo Giavardi, imprenditore di Pandino residente a Cremona, ex presidente onorario della nota associazione di volontariato City Angels di Milano, sostenitore della struttura di accoglienza per donne ‘Casa Silvana’ e destinatario del premio ‘Il dono dell’umanità’. A processo con lui anche il suo braccio destro Maurizio Rodini, di Cremona, Mattia Plinio Rossetti, di Pandino, genero dell’imprenditore, e l’impiegata Stefania Grazia Petri, nata a Viareggio e residente a Lodi, quest’ultima assistita dai legali cremonesi Roberto Guareschi e Marcello Lattari. Tutti gli altri, invece, sono difesi dall’avvocato Domenico Chindamo, del foro di Milano.

Già stralciata la posizione di un quinto imputato: Salvatore Di Nunzio, fiscalista campano, arrestato a Napoli lo scorso febbraio perché accusato di riciclaggio di denaro per conto della camorra. La scorsa udienza il collegio dei giudici, composto dal presidente Giuseppe Bersani con a latere i colleghi Francesco Sora e Giulia Masci, aveva dichiarato la nullità del decreto di rinvio a giudizio in quanto Di Nunzio non aveva ricevuto l’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, e aveva disposto la restituzione degli atti al gup.

Per l’accusa, quantomeno dal dicembre del 2006, gli imputati avrebbero costituito e diretto un’attività di impresa con la quale avrebbero affittato la manodopera di una numerosa forza lavoro mediante contratti di appalto con ditte committenti (per un fatturato complessivo tra il 2007 e il 2012 di 58.842.473 euro), dissimulando l’attività di impresa con la costituzione del consorzio Cogemas Italia di Cremona e di 14 cooperative in capo alle quali avrebbero suddiviso i lavoratori dipendenti e prive dei tipici requisiti mutualistici. L’inchiesta parla di lavoratori che sulla carta figuravano come soci e che ignoravano completamente i loro diritti.

Sempre per la procura, “sulle cooperative venivano fraudolentemente traslati i ricavi dell’attività imprenditoriale mediante l’emissione, da parte delle cooperative e nei confronti del consorzio, di fatture per operazioni inesistenti per 54.558.242 euro, con le quali si rappresentavano come prestazioni di servizio le prestazioni di lavoro subordinato rese dai lavoratori dipendenti. Gli oneri tributari venivano annullati mediante l’annotazione nella contabilità delle cooperative di costi falsi derivanti da fatture per operazioni inesistenti, pari a 80.785.732 euro per gli anni 2007/2012, consentendo all’organizzazione di indicare nelle dichiarazioni annuali ai fini delle imposte dirette e dell’Iva per gli anni 2007/2011 costi falsi per 59.840.649 euro, procurandosi così un indebito risparmio fiscale di quantomeno 12.537.463 euro”. Il provento del reato era poi prelevato dai conti correnti di tutte le cooperative ed era in parte destinato a retribuire le ore di lavoro in nero dei dipendenti, e in parte a pagare gli imputati.

Secondo il maresciallo della guardia di finanza sentito oggi come testimone, Giavardi sarebbe stato “il capo di un sistema rodato in cui ognuno aveva il proprio ruolo e sapeva cosa fare”. Per gli inquirenti, Giavardi sarebbe stato il promotore dell’associazione, mentre Di Nunzio avrebbe coordinato le attività degli impiegati amministrativi del consorzio che si occupavano della gestione delle scritture contabili obbligatorie e della tenuta dei libri sociali delle coop. Di Nunzio avrebbe anche messo a disposizione dell’associazione il programma informatico ‘Passepartout’ per la gestione della contabilità con il quale era possibile alterare la numerazione progressiva delle fatture passive e inserire in mensilità già concluse fatture per operazioni inesistenti emesse successivamente, predisponendo fatture indicanti costi fittizi che consegnava a Cremona al personale amministrativo deputato alla tenuta della contabilità obbligatoria perché venissero registrate nelle scritture contabili delle cooperative associate al consorzio Cogemas. Il ruolo di Rodini, invece, sarebbe stato quello di dirigere la forza lavoro fittiziamente ripartita tra le false coop e di operare sui conti correnti delle cooperative. L’impiegata, da parte sua, avrebbe collaborato alle attività e agli scopi dell’organizzazione, curando gli adempimenti contabili delle cooperative.

Oltre al maresciallo della finanza, in aula è stata sentita la testimonianza di Anna, impiegata amministrativa di una delle società. Anna teneva la contabilità e lavorava con la Petri e con un’altra impiegata. “La Petri era a capo dell’amministrazione”, ha spiegato la teste, “mentre io e l’altra collega registravamo materialmente i documenti che ci venivano consegnati, e cioè fatture emesse, fatture di acquisto e fatture di vendita. Dell’emissione delle fatture attive si occupava la Petri. C’era il sistema di registrazione dei dati contabili delle varie cooperative, il Passepartout lo utilizzavamo noi tre e da accesso remoto accedeva anche Di Nunzio. Quel sistema era stato installato nel 2011 proprio su proposta di Di Nunzio. Le fatture da registrare me le trovavo nei cassetti, mentre alcune me le portava Di Nunzio”. “Capitava anche”, ha spiegato la testimone, “che per esempio una fattura datata febbraio arrivava a maggio, ed io dovevo rinumerarla ed inserirla. Il sistema, poi, si occupava di rinumerare tutte le altre. Si trattava di fatture emesse dalle società”. All’epoca dei fatti, la dipendente aveva dichiarato alla guardia di finanza che si era resa accorta che i conti non tornavano. “Confermo quella sensazione che qualcosa non tornava”, ha detto oggi, “ma io dovevo solo registrare ciò che mi veniva detto, e mi sono limitata a fare il mio lavoro”.

Che qualcosa non andasse se n’era accorta anche Paola, un’altra dipendente. “C’era il sospetto che le fatture fossero false”, ha detto in aula, “perché tra i costi e i guadagni c’erano troppi guadagni, ma era solo un sospetto”.

Altri dieci testimoni verranno invece sentiti nella prossima udienza, fissata per l’11 settembre. Verrà anche dato l’incarico al perito per la trascrizione delle registrazioni e delle intercettazioni indicate dal pm.

“Finalmente sta venendo fuori la verità rispetto a quanto è stato scritto”, si è limitato a commentare Giancarlo Giavardi al termine dell’udienza.

L’imputato era stato sentito il 23 dicembre del 2014 dal giudice Letizia Platè. All’epoca ai domiciliari, aveva ammesso di aver fatto del nero, “ma la cifra”, aveva precisato, “è totalmente diversa da quella contestata: in realtà è meno di un quarto, non si è tenuto conto degli stipendi pagati. Cifre che sono andate in tasca agli operai che tra l’altro non sono per niente sottopagati”.

Nell’indagine, la finanza aveva sequestrato 16 immobili per un valore dichiarato nelle carte ufficiali di oltre 2,5 milioni. Sotto sequestro anche beni come una cassaforte, preziosi, veicoli e uno yacht da 70mila euro ormeggiato sul lago di Garda. “Un natante lungo meno di 9 metri”, secondo Giavardi, “non cabinato e che ha più di 10 anni, di valore minimo”. “Inoltre gli immobili”, aveva precisato il presunto capo dell’organizzazione, “non sono 16, ma 5 o 6, alcuni dei quali veri ruderi, vale più il terreno. E le cooperative non sono false, ma esistono e lavorano”.

Sara Pizzorni

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