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False coop, Giavardi a processo
48 i testi del pm. Il coimputato
Di Nunzio arrestato a Napoli

Nella foto, l’imprenditore Giancarlo Giavardi

Secondo l’accusa, era il commercialista dei boss, l’uomo dei flussi finanziari. Ieri a Napoli è stato arrestato Salvatore Di Nunzio, accusato di riciclaggio di denaro per conto della camorra. Nei suoi confronti è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta su collusioni tra imprenditori e clan della camorra in relazione all’area di insediamento produttivo nel comune di Marano. Di Nunzio è stato consulente anche degli imprenditori Aniello e Raffaele Cesaro, fratelli del parlamentare di Forza Italia Luigi Cesaro, in carcere da otto mesi nell’ambito della stessa inchiesta.

A Cremona, Di Nunzio era stato arrestato nel 2014 dalla guardia di finanza nell’operazione Borea, indagine che aveva portato all’arresto di altre tre persone, tra le quali Giancarlo Giavardi, imprenditore di Pandino residente a Cremona, ex presidente onorario della nota associazione di volontariato City Angels di Milano, sostenitore della struttura di accoglienza per donne ‘Casa Silvana’ e destinatario del premio ‘Il dono dell’umanità’.

Oggi, davanti al collegio presieduto dal giudice Giuseppe Bersani con a latere i colleghi Francesco Sora e Francesco Beraglia, si è aperta la prima udienza del processo che oltre a Di Nunzio e Giavardi vede imputati il braccio destro di Giavardi Maurizio Rodini, di Cremona, il genero Mattia Plinio Rossetti, di Pandino, e l’impiegata Stefania Grazia Petri, nata a Viareggio e residente a Lodi, quest’ultima difesa dagli avvocati cremonesi Roberto Guareschi e Marcello Lattari.

Secondo la procura, avrebbero messo in piedi un’associazione a delinquere specializzata nelle frodi fiscali sfruttando false cooperative di lavoro con un giro di milioni di euro. Il quadro accusatorio parla della gestione di 14 cooperative con oltre 300 dipendenti impiegati in varie aziende di macellazione e lavorazione di prodotti alimentari tra Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Cooperative in realtà fittizie secondo quanto scoperto dalle indagini, senza alcuna parvenza di vita sociale o mutualistica.

Nell’udienza di oggi, durante la quale sono state discusse le questioni preliminari, il collegio, accogliendo la richiesta del difensore Renato Jappelli, ha stralciato la posizione di Di Nunzio. I giudici hanno dichiarato la nullità del decreto di rinvio a giudizio in quanto l’imputato non aveva ricevuto l’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, e hanno disposto la restituzione degli atti al gup.

Per gli altri il processo va avanti. Nella lista dei testimoni chiamati dall’accusa, rappresentata dal pm Milda Milli, ci sono 48 nomi. I primi venti testimoni saranno sentiti nell’udienza del 22 maggio prossimo. Nel processo è stato chiesto anche l’esame degli imputati e una perizia per la trascrizione delle intercettazioni telefoniche.

Per l’accusa, quantomeno dal dicembre del 2006, gli imputati avrebbero costituito e diretto un’attività di impresa con la quale avrebbero affittato la manodopera di una numerosa forza lavoro mediante contratti di appalto con ditte committenti (per un fatturato complessivo tra il 2007 e il 2012 di 58.842.473 euro), dissimulando l’attività di impresa con la costituzione del consorzio Cogemas Italia di Cremona e di 14 cooperative in capo alle quali avrebbero suddiviso i lavoratori dipendenti e prive dei tipici requisiti mutualistici. L’inchiesta parla di lavoratori che sulla carta figuravano come soci e che ignoravano completamente i loro diritti.

Sempre per la procura, “sulle cooperative venivano fraudolentemente traslati i ricavi dell’attività imprenditoriale mediante l’emissione, da parte delle cooperative e nei confronti del consorzio, di fatture per operazioni inesistenti per 54.558.242 euro, con le quali si rappresentavano come prestazioni di servizio le prestazioni di lavoro subordinato rese dai lavoratori dipendenti. Gli oneri tributari venivano annullati mediante l’annotazione nella contabilità delle cooperative di costi falsi derivanti da fatture per operazioni inesistenti, pari a 80.785.732 euro per gli anni 2007/2012, consentendo all’organizzazione di indicare nelle dichiarazioni annuali ai fini delle imposte dirette e dell’Iva per gli anni 2007/2011 costi falsi per 59.840.649 euro, procurandosi così un indebito risparmio fiscale di quantomeno 12.537.463 euro”. Il provento del reato era poi prelevato dai conti correnti di tutte le cooperative ed era in parte destinato a retribuire le ore di lavoro in nero dei dipendenti, e in parte a pagare gli imputati.

Secondo l’accusa, Giavardi, considerato il capo dell’organizzazione, avrebbe fatto confluire in un trust familiare i beni immobili acquisiti nel tempo e intestati ai più stretti congiunti. Una volta saputo dell’indagine, il gruppo avrebbe cercato di concordare con il personale le dichiarazioni da rendere agli inquirenti e successivamente si sarebbe attivato in vista delle perquisizioni per adeguare la struttura organizzativa, trasferendo parte del personale in nuove cooperative di soci artigiani in modo da spostare in capo a questi ultimi l’onere previdenziale. Sentito il 23 dicembre del 2014 dal giudice Letizia Platè, Giavardi, all’epoca ai domiciliari, aveva ammesso di aver fatto del nero, “ma la cifra”, aveva precisato, “è totalmente diversa da quella contestata: in realtà è meno di un quarto, non si è tenuto conto degli stipendi pagati. Cifre che sono andate in tasca agli operai che tra l’altro non sono per niente sottopagati”.

La procura, invece, considera Giavardi, che nell’interrogatorio aveva scagionato gli altri imputati, dicendo “prendevano ordini da me”, il promotore e il capo dell’associazione. Di Nunzio, invece, avrebbe coordinato le attività degli impiegati amministrativi del consorzio che si occupavano della gestione delle scritture contabili obbligatorie e della tenuta dei libri sociali delle coop. Di Nunzio avrebbe anche messo a disposizione dell’associazione un programma informatico di gestione della contabilità con il quale era possibile alterare la numerazione progressiva delle fatture passive e inserire in mensilità già concluse fatture per operazioni inesistenti emesse successivamente, predisponendo fatture indicanti costi fittizi che consegnava a Cremona al personale amministrativo deputato alla tenuta della contabilità obbligatoria perché venissero registrate nelle scritture contabili delle cooperative associate al consorzio Cogemas. Il ruolo di Rodini, invece, sarebbe stato quello di dirigere la forza lavoro fittiziamente ripartita tra le false coop e di operare sui conti correnti delle cooperative. L’impiegata, da parte sua, avrebbe collaborato alle attività e agli scopi dell’organizzazione, curando gli adempimenti contabili delle cooperative.

Nell’indagine, la finanza aveva sequestrato 16 immobili per un valore dichiarato nelle carte ufficiali di oltre 2,5 milioni. Sotto sequestro anche beni come una cassaforte, preziosi, veicoli e uno yacht da 70mila euro ormeggiato sul lago di Garda. “Un natante lungo meno di 9 metri”, secondo Giavardi, “non cabinato e che ha più di 10 anni, di valore minimo”. “Inoltre gli immobili”, aveva precisato il presunto capo dell’organizzazione, “non sono 16, ma 5 o 6, alcuni dei quali veri ruderi, vale più il terreno. E le cooperative non sono false, ma esistono e lavorano”.

Sara Pizzorni

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