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Troppi videogiochi: Tribunale
vuole allontanare 15enne dalla
famiglia. Denuncia del CCDU

L'appello del ragazzo: 'Faccio il bravo, vado a scuola, non ho più la Play Station, non strappatemi alla mamma'. CCDU Onlus:'La sconfitta della ragione a opera della forza bruta è figlia del pensiero psichiatrico disumanizzante'.

Buongiorno giudice, sono Antonio M. (nome di fantasia). Io non voglio assolutamente andare in comunità, voglio vivere serenamente a casa con mamma. So di aver sbagliato non andando a scuola e giocando con i videogiochi, ma da quando ho parlato con la tutela minorile e mia mamma e mi hanno detto che entro un mese mi avrebbero portato via da casa mia, preciserei che non mi avevano mai avvisato, né loro né Ombretta che se continuavo così mi avrebbero portato via dalla mia mamma, ho cominciato ad andare a scuola impegnandomi e ho consegnato alla mamma la Play Station perché ho capito che stavo sbagliando e non voglio essere portato via dalla mamma, perché io con la mamma sto bene. La prego mi faccia rimanere nella mia casa e mi aiuti, se mi può aiutare, a stare qui. Perché non voglio andare in comunità. Grazie.”

Sono le parole di un 15enne cremasco che rischia di essere allontanato dalla famiglia, perché gioca troppo con i videogiochi e non va bene a scuola.

Nel decreto si legge: “…il minore Antonio versa in uno stato di forte dipendenza dai videogiochi con conseguente disinvestimento e distacco dalla realtà circostante, […] senza alcun tipo di controllo e protezione da parte della madre, inadempienza scolastica ed isolamento sociale.”

A nulla pare essere valso l’appello al provvedimento da parte della mamma: i servizi sociali paiono intenzionati ad eseguirlo “senza nemmeno aspettare l’esito della Corte di Appello: avrebbero persino minacciato la mamma di venire a casa con i Carabinieri per portarlo in comunità in maniera coatta, come già autorizzato dal Tribunale” spiegano dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus. 

Uno “sfoggio di muscoli che appare inappropriato, specie alla luce della decisione del ragazzo di rimettersi in riga.  La storia è costellata di episodi sconcertanti. Il Tribunale non ascolta la supplica del ragazzo, in violazione alla Convenzione di New York sui Diritti del Fanciullo ratificata dal Parlamento italiano, e non ascolta nemmeno la richiesta dei nonni, disponibili ad accogliere il nipote per aiutarlo a superare la sua temporanea difficoltà, come previsto dall’articolo 337ter e dalla Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali”.

“L’imposizione coatta sembra prevalere sul buon senso. Questa sostituzione dell’approccio umano e umanistico con la forza bruta, è figlia della cultura psichiatrica, che tratta gli individui come oggetti – Sostiene Sonia Manenti del Comitato – Le valutazioni psichiatriche, di cui è pieno il dossier, non sono supportate da test di laboratorio o prove oggettive, e sono per loro natura soggettive e opinabili. Eppure, vengono riprese dai tribunali come oro colato, impedendo di trovare vere soluzioni e di aiutare questi ragazzi. L’approccio medicalizzante e disumanizzante verso i Gian Burrasca non va bene: le istituzioni dovrebbero aiutare le famiglie, anziché farle a pezzi”.

 

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