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Bordo: “Jobs act?
Nulla di concreto”

Franco Bordo con Alvaro Dellera

CREMA – L’onorevole Franco Bordo interviene sulla legge che regolamenta il lavoro.

Renzi governa da circa un anno e ancora nulla abbiamo visto di concreto per dare sviluppo e occupazione al nostro Paese. Nessuna scelta strategica in campo industriale, nell’energia, nella ricerca, per il turismo e l’agroalimentare nel contrasto al dissesto idrogeologico del territorio,…
Invece ha scelto la strada dell’abolizione dell’art 18 come un totem ideologico. Contrarre i diritti in nome di un rilancio dell’economia è un falso clamoroso.
Renzi, come gli altri supporter dell’abolizione, lo sa bene: lo sa così bene che, fino a poco prima di divenire Premier, dichiarava che non era la presenza dell’articolo 18 ad interessare alle imprese, ma avere una burocrazia e una giustizia efficienti. Ma la benedizione di Confindustria per il nuovo incarico di governo, ha fatto cambiare velocemente idea, a lui e al suo partito, e così il Premier ha deciso di perseguire, non l’interesse generale, ma un interesse di parte del mondo imprenditoriale italiano: l’abbassamento dei salari.
Contrariamente a quanto alcuni dicono, l’articolo 18 non ha mai ingessato le aziende obbligandole a mantenere in vita un posto di lavoro qualora le condizioni economiche imponessero un ridimensionamento aziendale e già era possibile cancellare un posto di lavoro e licenziare, per ragioni economiche. Ma in questi mesi, gli sponsor della deregulation stanno predicando “per aiutare i giovani bisogna togliere ai padri”. La verità, invece, è che non esiste una correlazione empirica fra deregulation del mercato del lavoro e aumento dell’occupazione, lo stesso Oliver Blanchard, economista dell’FMI, ha dovuto riconoscerlo.
Toglie ai padri, come ai figli, posti di lavoro e salario. L’abolizione delle tutele, infatti, comporta sempre un indebolimento del potere di contrattazione dei lavoratori ed una compressione dei salari. Un’azienda, infatti, per risparmiare, senza articolo 18, potrebbe licenziare, e lo farà, un padre di famiglia dallo stipendio dignitoso per assumerne il figlio con uno stipendio da fame; e il saldo sull’occupazione è nullo: uno dentro uno fuori.
Già, ma il risparmio dell’impresa – potrebbe obiettare un abolizionista – produce un abbassamento dei costi ed un vantaggio competitivo per l’azienda. Ma, anche in questo caso, e soprattutto in questo quadro, si vuole spacciare per interesse nazionale un interesse delle aziende, non di tutti!
Il beneficio privato relativo all’abbattimento del costo del lavoro, infatti, comporterà un costo pubblico, ad esempio legato agli aumenti di spese per il Welfare e relativo alle politiche di sostegno al reddito dei lavoratori precarizzati e di chi sarà lasciato senza posto di lavoro.
In Italia, dunque, l’ulteriore compressione salariale indotta dall’abolizione dell’articolo 18 non solo non aumenterà l’occupazione, ma creerà  un esercito di working poor, di lavoratori poverissimi che, non consumando, faranno ulteriormente avvitare su se stessa l’economia, aggravando la recessione e peggiorando le condizioni stesse dello Stato, a causa della conseguente riduzione del gettito fiscale.
Possibile che Renzi e le imprese perseguano una politica così miope? Sì, è possibile. Sono gli effetti della così detta razionalità economica, che purtroppo, seguono spesso sia esponenti di Governo che le imprese: si pensa a massimizzare il proprio utile personale o privato e non si calcolano le conseguenze irrazionali collettive.
Per quanto riguarda la politica, Renzi ha semplicemente deciso di blandire gli interessi di quelle imprese che gli hanno chiesto di spostare reddito dai lavoratori al capitale, e spera così di consolidare consenso e potere: il partito dei soldi rimane il più importante.
Il 2014 si chiude male, molto male La deregulation selvaggia non ci salverà,anzi. E allora, con il nuovo anno, dobbiamo riprendere, insieme e con maggior vigore, il contrasto a tali scelte. Scelte che parlano di declino, e non di futuro, per il nostro Paese.

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