Cronaca

Afghanistan: l'analisi del
giornalista Emanuele Giordana

Una componente meno integralista tra i talebani, la necessità di ricostruire un Paese devastato dalla guerra, il peccato originale degli USA e l’importanza delle trattative. Questo quanto discusso ieri sera all’incontro svoltosi alla Festa del Pd con il giornalista di geopolitica Emanuele Giordana, che conosce bene – da molto tempo – l’Afghanistan.

Intervistato dal segretario cittadino del partito, Antonio Geraci, Giordana ha effettuato una cronistoria degli eventi dall’intervento militari degli Stati Uniti, nel 2002, fino alla riconquista del Paese da parte dei talebani, che hanno festeggiato ieri, 31 agosto, la liberazione dagli invasori occidentali. Per il resto del mondo, la stessa data, è la presa di potere del fondamentalismo islamico.

Secondo Giordana “l’intervento militare non è mai una soluzione. E’ stato delegato alle armi quello che non riusciamo a fare tramite le Istituzioni e la diplomazia, cioè negoziare, trattare, cercare una via di dialogo. Questo non significa sposare le idee dei fondamentalisti, ma usare la leva finanziaria – che ancora abbiamo – per ottenere ciò che abbiamo sempre detto di voler difendere: diritti umani e dignità”.

La guerra in Afghanistan, avviata in seguito all’attentato dell’11 settembre, si è avviata alla conclusione con il mandato di Donald Trump, che ha sottoscritto gli accordi di Doha, poi condivisi dall’amministrazione Biden. “Accordi sbilanciati, senza il coinvolgimento del governo ufficiale, – secondo Giordana – che non hanno tenuto conto delle necessità di un Paese dove 7 persone su 10 vivono al di sotto della soglia di povertà, disattendendo ancora una volta le promesse fatte agli afghani allo scoppio del conflitto”.

Solo gli Stati Uniti hanno speso 2.300 miliardi di dollari in questi 20 anni. “I segnali della disfatta si erano palesati, quando i civili hanno visto che nulla di quanto ventilato dagli occidentali si stava realizzando: lavoro, dignità, cibo. Quello che una parte degli afghani forse spera di poter trovare ora. I talebani sono meno integralisti: hanno capito che per governare la società di quel Paese devono adeguarsi ai tempi e alle richieste. Credo – ha aggiunto Giordana – che non vedremo più le donne con il velo integrale, che le bambine andranno a scuola. Certo, permane una falange radicale nelle zone rurali, ma anche durante i disordini dei giorni scorsi non c’è stata la caccia alle streghe che avevamo prospettato”.

Quel che viene da domandarsi è allora perché, se i talebani sono “più moderati”, le madri afghane mandano i propri figli in mano a soldati occidentali, attraverso il filo spinato, pur di dare loro la possibilità di lasciare il Paese. Per Giordana il motivo non è il timore dell’integralismo, ma la fame. “Il dubbio è comunque legittimo: misureremo i talebani tra qualche tempo, ma credo che non abbiano interesse a rompere con l’occidente, la Russia o la Cina, perché ne hanno bisogno”.

In Afghanistan si è ripiombati di colpo al 1996. Quel che potrebbe cambiare la situazione, evolvere una cultura, è una pacifica resistenza civile. “Ma devono essere gli afghani a realizzarla. Per questo va bene la solidarietà, l’aiuto. Ma se svuotiamo l’Afghanistan chi resterà per traghettarlo verso la modernità? Il compito dell’Occidente è promuovere il dialogo, attraverso una strategia europea comune, dimenticando il colonialismo”.

Ambra Bellandi

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