Ruffoni: salire a 6812 metri?
“Ti sembra di non arrivare mai”
Sempre più in alto Filippo Maria Ruffoni, l’alpinista montodinese che abbiamo incontrato all’indomani del rientro in Italia, dopo aver toccato i 6812 metri dell’Ama Dablam, vetta Himalayana che caratterizza il Parco del Sagarmatha nel Nepal orientale, dal nome sanscrito dell’Everest. “Ora sono combattuto, perché da una parte c’è la volontà di andare sempre più in alto, dall’altra, anche l’idea di sperimentare altri percorsi più tecnici, magari anche a quote più basse, ma poco conosciute.
La particolarità e la spettacolarità dell’Ama Dablam – aggiunge l’alpinista – è che cammini, cammini, ma ti sembra di non arrivare mai”. E in effetti il Parco del Sagarmatha nella regione del Khumbu, è famoso tra gli alpinisti proprio per la combinazione di bellezze naturali e cultura locale Sherpa, che lo rendono un posto unico, tanto che l’Unesco l’ha riconosciuto come Patrimonio mondiale dell’Umanità.
Ma veniamo al racconto: partito da Malpensa il 25 ottobre con ben altri programmi, Filippo Ruffoni già il giorno si trova a fare i conti con l’allerta meteo per ciclone sull’area interessata dalla spedizione, che porta inaspettatamente neve e freddo. Una condizione non prevista nonostante lo studio accurato delle settimane precedenti, tanto da indurre l’alpinista montodinese ad un repentino cambiamento di programma, anche perché nel frattempo le notizie non sono confortanti: poco lontano a causa del maltempo un incidente ad un elicottero che trasportava escursionisti, e nella notte precedente sui 3500 metri, una nevicata da un metro e mezzo di neve.
L’alpinista montodinese mette mano al suo programma e cambia tutto: un passaggio a Namche Bazar, cuore pulsante del Khumbu, con visita al museo della cultura Sherpa, tra storia e tradizioni locale, quindi la suggestiva cerimonia della Puja, rito propiziatorio prima di ogni spedizione, per rendere omaggio alla montagna prima di salirla. Ed allora si parte, tra paesaggi mozzafiato, sentieri con bovini carichi di sacchi, villaggi dove qualcuno gioca anche a pallavolo, sono veramente tante le sensazioni raccontate da Ruffoni che scorre immagini, foto e pensieri dalla galleria del suo cellulare, dove campeggiano anche cartine e previsioni meteo, compagne di viaggio nelle notti e nei giorni himalayani. Dai 4400 metri si arriva ai 5400 del Campo 1 al quinto giorno della spedizione, il seguente si toccano i 5800 del Campo 2, superando la Yellow Tower, iconica parete rocciosa ripida e verticale che richiede tanta tecnica e concentrazione, così come il Mushroom Ridge. Al settimo giorno il Campo 3, che segna 6400 metri, ed all’ottavo giorno intorno all’una di notte, l’ultimo sforzo per giungere ai 6812 metri della vetta, alle sette del mattino. Lì il tempo di scattare qualche foto con i vessilli del Panathlon Club Crema di cui Ruffoni è socio e del CAI Crema e poi la discesa, lasciandosi dietro un’altra cordata di alpinisti americani.
In vetta condizioni fortunatamente perfette, poco vento e temperatura tra i -20 e i -25 gradi (niente a che vedere con i -35 patiti in Russia da Ruffoni in una precedente spedizione ndr). All’arrivo al Campo 1, meritato riposo e l’indomani alle 5 di mattina zaino in spalla e ripartenza per la prosecuzione della discesa che, dopo 12 ore lo riporta nel tardo pomeriggio ai 4400 metri, con una temperatura vicina allo zero, che nella notte tocca i – 15 gradi. “È andata bene – dice sorridendo Ruffoni – perché chissà che temperatura avrei potuto trovare il giorno dopo se avessi ritardato la partenza”.
Qualche curiosità? Un po’ di preoccupazione per le notti con venti sui 70 km/h (nei giorni precedenti addirittura sopra i 100 km/h) e una temperatura media di -15, trascorse in una delle tende che le Agenzie specializzate piazzano a inizio stagione (primi di ottobre) e poi smantellano in questo periodo, a fine stagione, (Ruffoni è stato tra gli ultimi ad ottenere dal ministero del turismo nepalese e dall’ente parco il permesso per la scalata per questa stagione, infatti prima di proseguire la discesa ha contribuito anche lui a smantellare le tende ndr). “Sono entusiasta e molto contento perché si tratta di una salita paragonabile ad un 8mila per complessità, con la difficoltà maggiore rappresentata proprio da certi tratti di vera verticalità, poi non si cammina solo sulla neve, ed i campi sono pochi, solo 3.
L’Ama Dablam fatto in più giorni consente un migliore adattamento, io l’avevo programma diversamente, invece ho dovuto rimodulare tutto per cercare di raggiungere l’obiettivo nel minor tempo possibile, infatti – sorride Ruffoni raccontando il rocambolesco cambio del programma nepalese – ho dovuto anche anticipare il biglietto di ritorno, perché domenica 9 ero già a Kathmandu e mercoledì 12 a Malpensa, con scalo a Doha”. Ora per Ruffoni un periodo di tranquillità, prima di ripensare a qualche altra scalata, consapevole delle buone sensazioni che l’Ama Dablam ha lasciato.
“Sì, sono estremamente contento perché salire la montagna che è considerata la più bella del mondo e una delle più complesse è qualcosa che mi riempie di orgoglio. Anche il mio maestro e le Guide di Courmayeur mi hanno fatto i complimenti”, ci dice, ringraziando i compagni di viaggio nepalesi Phurba Tamang, che l’ha affiancato fino al campo base, e la guida verso la cima Kaji Man Tamang, oltre all’organizzazione della Glacier Himalaya Treks & Expedition e agli sponsor personali che lo supportano in queste esperienze uniche.
Quanto all’alimentazione in quota? “Un fornellino, l’ingrediente principale che è la neve fusa, Tè, prodotti liofilizzati e qualche biscotto secco. E solo alla fine, per festeggiare, una birra con lo sherpa in tenda”, conclude colui che ha portato il Cremasco sul tetto del mondo.
Ilario Grazioso