Lettere
Commenta

"RdC, restituire dignità ai percettori
Il Pd esprima una posizione chiara"

da Roberto Galletti – Vicesegretario provinciale PD Cremona

Egregio Direttore,

il recente rapporto Caritas sulle povertà propone alcuni spunti di riflessione sulle prospettive delle politiche di contrasto alla povertà e dunque anche sul Reddito di cittadinanza (RdC). Credo che il dibattito pubblico su questa misura sconti una scarsa volontà di approfondimento e un moralismo a senso unico anche tra le fila del PD, partito di cui faccio parte.

Come noto, il RdC è un contributo economico erogato mensilmente dall’Inps ai nuclei familiari in possesso di taluni requisiti (reddituali, anagrafici/di residenza, patrimoniali etc.) attraverso una carta prepagata rilasciata da Poste Italiane. Con questa carta le famiglie beneficiarie possono fare la spesa: esiste una lista articolata di categorie di beni che è consentito acquistare e parimenti una lista di beni che sono vietati. E’ possibile pagare anche l’affitto, il mutuo, luce e gas e ritirare contanti (100€ al mese che possono diventare al massimo 210€ o 240€ se in famiglia ci sono persone con disabilità). Attualmente, secondo i dati Inps, una famiglia composta da 2 o 3 persone riceve in media circa 500 € al mese.

Mi soffermo subito su due aspetti.

Il primo: la somma di denaro è per tutti, non cadauno, e ciò mi induce a pensare che il RdC spesso venga equivocato con il “Reddito universale”, incondizionato, sperimentato in qualche paese occidentale o con il “Reddito minimo garantito”, sempre destinato al singolo, adottato in modo diversificato in molti paesi europei.

Il RdC “nostrano” è un aiuto fornito ad alcune famiglie in difficoltà, figlio di analoghe misure precedenti che rispondevano peraltro ad una precisa istanza da parte dell’UE, in quanto l’Italia era rimasto uno degli ultimi paesi (l’altro era la Grecia) a non disporre di una misura di contrasto alla povertà. Fu così che dalla poverissima Social card introdotta nel 2008 da Tremonti (!), ancora oggi esistente, si è passati nel 2016 ad una vera e propria politica di inclusione con il “SIA – Sostegno all’Inclusione Attiva” di Renzi (esattamente colui che ora vorrebbe abolire il RdC con un referendum). L’anno dopo però sia Renzi che il SIA sono stati soppiantati. Nel 2017 (Governo Gentiloni) è stata approvata la Legge per il contrasto alla povertà e istituito, al posto del SIA, il ReI – Reddito di Inclusione.

Vengo allora al secondo aspetto: perché così tanta enfasi per una misura che in fondo avevamo già e di cui nessuno si era accorto? La legge contro la povertà non è diventata un trofeo democratico.

Certamente va dato atto al Conte I di aver investito sul RdC risorse finanziarie molto più significative rispetto al SIA e al ReI. E’ pur vero però che, attraverso dei correttivi ai requisiti di accesso, ha finito per escludere di fatto quelle categorie sociali dove la povertà è più presente e pericolosa: cittadini extra UE, famiglie con minori, famiglie numerose.

Queste sono alcune delle questioni sollevate dal Comitato Scientifico, istituito dalla stessa legge sul RdC, che più volte ha sollecitato – invano – anche il Governo Draghi (!) sulla necessità di rivedere alcuni requisiti affinché fossero un po’ più equi ed inclusivi. Lo stesso rapporto Caritas 2022 le ha ancora evidenziate.

E’ evidente che nel 2019 Di Maio & co. hanno esagerato nel dichiarare platealmente di aver sconfitto la povertà.

Del resto nessuno può pensare di sconfiggere la povertà con questo genere di sussidi, al netto della loro indubbia utilità e urgenza; specie se stiamo parlando di 500 € al mese in media per fare la spesa, pagare l’affitto o il mutuo, le utenze ed eventualmente disporre di qualche banconota.

Sin dalla sua gestazione, si assiste così ad un accanimento general-generico su una prestazione che, per chi la riceve, tutto può essere fuorché un cambio di vita, né un ascensore sociale.

Io penso sia meglio dirsi serenamente che è utile a molti e che ha fatto la sua parte soprattutto durante la pandemia, insieme ad altre misure analoghe (come il Reddito di Emergenza del Conte II ad esempio).

Certamente, di per sé, non risponde al nobile obiettivo di sconfiggere la povertà. Per questo sono necessari contemporaneamente una serie di investimenti ed interventi diversificati (educazione, cittadinanza, istruzione, mercato del lavoro, imprenditorialità, infrastrutture, trasporti, politiche abitative, pari opportunità, etc.) che fondino le loro radici in una visione della società che non sta nella visione politica, sociale e morale neo-liberista.

L’utilizzo della carta RdC è vincolato alla partecipazione del nucleo familiare beneficiario ad un percorso sociale e/o lavorativo proposto dal Servizio sociale del Comune o dal Centro per l’Impiego, inclusa l’offerta di lavoro congrua (attenzione che l’aggettivo è così per legge!), altrimenti l’Inps ne sospende la ricarica fino al blocco definitivo. Si chiama “principio di condizionalità”. Un principio che esiste da molti anni per i lavoratori disoccupati con la Naspi e per alcuni in cassa integrazione. Un principio che in generale considero molto controverso. Nel caso specifico, trovo poco equo

mettere sullo stesso piano una carta acquisti, destinata ad un nucleo di persone, con un ammortizzatore sociale monetario e individuale, prevedendo sanzioni addirittura più punitive per la prima.

E veniamo al lavoro, al placebo. A differenza delle misure antenate, il RdC ha una componente lavorista più marcata ma contemporaneamente ingannevole. Questa enfasi sul lavoro deve essere stata il pegno dovuto dal M5S alla Lega, che incalzava con la retorica dei “sofà”, preoccupata di fare la figura da “assistenzialista” al cospetto del suo elettorato. La destra – si sa – perdona solo gli evasori e purché non siano poveri.

Ma la stessa norma, nel descrivere e distinguere chi è obbligato a partecipare alle politiche attive del lavoro e chi non lo è, o ne è esonerato, ammette la circostanza che una famiglia, pur avendo un reddito da lavoro, debba ricorrere alla carta RdC per fare la spesa. D’altra parte i numeri lo confermano: il 45,8% dei percettori di RdC, secondo i dati Inapp, sono lavoratori poveri.

Questa dovrebbe diventare la narrazione sul RdC, da contrapporre a quella a senso unico dei “furbetti” e dei “sofà”: se oggi sei povero, non è questo il lavoro che ti affranca dalla povertà. Oltre il 70% delle assunzioni è a tempo determinato. Il problema dei salari è noto ormai a tutti. E se anche trovi un buon lavoro, sai che non è per sempre e nemmeno per molto tempo. La crisi del lavoro è qualcosa di profondo che chiama in causa una complessità di fattori, forse anche culturali, che merita un dibattito serio e onesto, e senza dubbio l’assunzione di responsabilità da tutte le parti in causa. Senz’altro non può essere la colpa dei beneficiari di RdC (in provincia di Cremona sono l’1% della popolazione residente. La percentuale include anche minori e persone che non possono lavorare).

Io mi auguro che il PD, nel percorso congressuale, riprenda ad esaminare questi e ulteriori aspetti di tale misura, ripristinandone la vera finalità che è quella primariamente di carattere sociale. Sostenere le famiglie nell’accedere a generi di prima necessità, al pagamento di affitti/mutui e utenze non è né onta né peccato, almeno per noi non dovrebbe esserlo!

Mi auguro che a partire dai suggerimenti autorevoli già avanzati a suo tempo dal Comitato Scientifico, istituito dalla stessa legge sul RdC, il PD possa entrare nel dibattito con una posizione chiara, formulare proposte di modifica che intervengano sulle sue distorsioni e raggiungano anche i poveri assoluti, che mettano ordine alla sua gestione, restituendo il giusto ruolo agli Enti e agli operatori coinvolti, nel solco della precedente esperienza del Reddito di inclusione (ReI). Ma soprattutto, e prima ancora, che si restituisca dignità a coloro che lo percepiscono.

© Riproduzione riservata
Commenti