Cronaca
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‘Costruttore di ponti’:
il ricordo di Luca Attanasio

Servizio di Sabrina Grilli

Il racconto di una giovane vita finita troppo presto e interpretata come una missione: era stata presentata così nei giorni scorsi, e così è stata la testimonianza di Salvatore Attanasio, papà di Luca, ambasciatore in Congo, dove è stato ucciso con il carabiniere Vittorio Iacovacci, in circostanze tutte da chiarire.

Gli effetti della guerra Russia-Ucraina si fanno sentire anche al San Domenico, dove sul palco, il giornalista Toni Capuozzo introduce la serata, in sostituzione del collega Fausto Biloslavo, che assieme ad Antonella Napoli, Stefano Piazza e Matteo Giusti, sono gli autori del libro inchiesta, Delitto diplomatico. Si parte con il giornalista Paolo Gualandris che evidenzia le incongruenze che caratterizzano lo scenario entro cui il giovane ambasciatore ha trovato la morte: nell’ambito di una missione Pam (Programma Alimentare Mondiale – Wfp), l’ambasciatore, il carabiniere ed altri, percorrevano su due auto senza scorta e con i giubbotti antiproiettili nel bagagliaio, una strada sulla quale negli anni, si erano registrati tanti scontri a fuoco tra gruppi criminali ed esercito regolare. Cos’è veramente successo quel tragico 22 febbraio di un anno fa a Goma, in Congo? Tanti i dubbi ed un primo risultato, dato dalla richiesta di rinvio a giudizio nell’inchiesta relativa al filone sulle mancate cautele, che vede coinvolto proprio il Pam.

Ad affiancare Gualandris nella prima parte dell’incontro, Toni Capuozzo per il quale la diplomazia è “l’arte di evitare i conflitti, dando parola alle parole”. Per il giornalista, troppe sono le omissioni e le imprudenze: “Non si è trattato di negligenza, ma si è offerto su un piatto d’argento, una persona inerme. Si è parlato di convoglio, ma in realtà c’erano due auto, non blindate, in uno scenario molto pericoloso e con la persona sopravvissuta che si rifiuta di testimoniare. Attanasio – ha concluso Capuozzo – è una grande persona per la sua limpidezza morale e la sua uccisione è un attacco a tutti noi”.

La dolcezza dell’uomo, l’orrore per l’agguato e la rabbia per come in troppi hanno ostacolato fino ad ora la ricerca della verità, sono tre sentimenti che si intersecano e che guidano alla seconda parte dell’incontro, che vede papà Salvatore protagonista assoluto, nel silenzio della platea, interrotto solo dall’applauso sentito e commosso, che ha preceduto la proiezione del video relativo alla cerimonia di intitolazione della sala, dove i giovani candidati alla carriera diplomatica sostengono a Roma l’esame finale.

“A Luca l’idea di fare l’ambasciatore è nata dopo la laurea alla Bocconi – ha detto Salvatore Attanasio – da un depliant dell’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale ndr), che proponeva un master per la carriera diplomatica”. Luca si licenzia dal lavoro in una società di consulenza, e si iscrive al master, trampolino di lancio per una brillante e rapida carriera diplomatica, che lo porta a diventare quel “costruttore di ponti”, apprezzato per competenza, generosità e tanta umanità: un diplomatico diverso dagli altri, dal volto umano, che amava i bambini e le sue bambine.

La moglie Zakia Seddiki, racconta Salvatore Attanasio, l’ha supportato nell’impegno a favore degli orfanotrofi, ed ora continua queste ed altre iniziative attraverso la Fondazione Mama Sofia. “Non c’erano pregiudizi in lui, che non faceva distinzioni di classe, nel suo essere spontaneo, che aveva portato ovunque un nuovo vento nella diplomazia”. E questo, anche prima della missione in Congo, già in Marocco, dove aveva stravolto il Consolato. “Prima di lui per avere un visto c’erano le code di notte. Con lui è cambiato approccio e modalità – dice papà Attanasio – basato sull’onestà e sul rifiuto della corruzione”.

Salvatore Attanasio rilancia i dubbi, con riferimento alla posizione della Monusco (la missione di peackeeping dei Caschi Blu dell’Onu in Congo, ndr) e del Pam e sollecita il Governo italiano: “Deve fare di più. Lo Stato deve avere la schiena dritta, non può chinare la testa davanti all’Onu, l’Italia ha perso un ambasciatore ed un carabiniere e le cose poco chiare sono tante, dalle rogatorie richieste dai magistrati e i documenti che non arrivano, al vice direttore del Pam, illeso, che spero i magistrati riescano a interrogare”. Ma cosa può spingere un genitore, che tragicamente ha perso un figlio da poco meno di un anno a riaprire, partecipando a questi incontri, ferite non ancora rimarginate, come un mondo che continua a crollare, riprendendo il titolo dato alla serata. “È stata una tragedia immane, ma la forza di vivere la assicurano le nipotine ed è per loro che ho deciso di andare in giro – risponde Salvatore Attanasio – per mantenere viva l’attenzione e per ricercare la verità, che serve anche a dare dignità al nostro Paese”.

Ilario Grazioso

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