Cronaca
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Soldi in cambio del silenzio, ma nessuna prova dell'estorsione Assolta ballerina di lap dance

L’avvocato Barrilà

“O mi dai 50.000 euro, oppure tua moglie saprà che l’hai tradita”. Avrebbe detto così, una 30enne romena, ad un 60enne cremasco con cui avrebbe avuto una relazione. La donna, avvenente ballerina di lap dance, da vent’anni in Italia, è finita a processo per estorsione continuata, ma oggi il giudice per l’udienza preliminare l’ha assolta dalla grave accusa. L’imputata era difesa dall’avvocato Michele Barrilà.

I fatti risalgono al 2018. Il 60enne, che nel procedimento era parte civile, aveva denunciato la donna, conosciuta a suo dire durante una cena in un ristorante, per avergli estorto nell’arco di pochi mesi la somma di 50.000. Altrimenti lei avrebbe rivelato alla moglie la loro relazione.

Nei confronti della 30enne, processata con il rito abbreviato, non c’erano però prove sufficienti per una condanna, e al termine della discussione delle parti il giudice ha accolto la tesi della difesa, illustrata, in una lunga arringa, dall’avvocato Barrilà.

Innanzitutto gli elementi documentali: l’analisi degli estratti conto non ha portato a dei riscontri certi nei confronti della donna: non hanno dimostrato, cioè, nè la destinazione, nè chi avrebbe effettuato i prelievi. E poi c’è la mancata acquisizione del telefono della parte offesa: durante le indagini, gli inquirenti avevano fotografato le chat di whatsapp del telefono del 60enne nelle quali erano effettivamente presenti delle frasi di minaccia da parte di una persona (il nome registrato sul telefono non corrispondeva a quello dell’imputata). Su questo punto, il legale della difesa, citando una nota sentenza della Cassazione, ha sostenuto che senza il duplicato informatico del telefono, ma solo con le fotocopie delle chat, gli atti sono di fatto inutilizzabili. Per questo motivo era impossibile attribuire la paternità di quelle minacce all’imputata.

All’epoca dei fatti, il 60enne, che non ha mai saputo il vero nome della ballerina, l’aveva riconosciuta da un fascicolo fotografico che gli era stato mostrato in caserma. La 30enne, che è incensurata, era incappata in alcuni controlli, e, come procedura richiede, era stata identificata e fotosegnalata.

Nei suoi confronti era stata organizzata una ‘trappola’. D’accordo con gli inquirenti, il 60enne le aveva dato appuntamento per la consegna di parte del denaro, ma al momento ‘clou’, la donna non aveva accettato i soldi. Per gli investigatori, perchè aveva capito di essere stata pedinata, mentre per l’avvocato della difesa perchè nulla aveva a che vedere con la vicenda.

“Sono soddisfatto che il giudice abbia accolto la tesi difensiva e che sia emersa la verità processuale”, ha commentato l’avvocato Barrilà. “Sono contento per la mia cliente che rischiava una condanna pesante: l’estorsione, infatti, prevede una pena che va da un minimo di 5 ad un massimo di 10 anni di reclusione. Per la mia assistita è la fine di un incubo”.

Anche il pm, che all’inizio aveva chiesto il rinvio a giudizio, al termine della requisitoria, riconoscendo la mancanza di elementi sufficienti per un’accusa, ha chiesto l’assoluzione.

Sara Pizzorni

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