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Scuola, dopo una settimana
siamo già in ginocchio
per un raffreddore

E’ settembre, eccoci finalmente alla vera ripartenza. Dopo le aziende e le fabbriche, dopo i ristoranti, dopo gli alberghi, dopo i centri estivi per i ragazzi, dopo i luoghi di divertimento… infine, per ultime, anche le scuole riaprono.

Ci siamo fatti le vacanze, chi in Italia chi all’estero; qualcuno ha potuto addirittura tornare a fare quattro salti in discoteca. Per poco però, perché ci si è resi velocemente conto che, in locali come le discoteche, era difficile (impossibile?) mantenere le norme di distanziamento sociale necessarie ad abbattere i contagi da Covid-19. Scelta saggia.

Scelta ancora più saggia è stata sicuramente quella di riaprire le scuole senza ulteriori indugi. Questi bambini e ragazzi sono molto provati dai mesi di isolamento e di assenza dei riferimenti più importanti dopo le proprie famiglie. Hanno voglia, loro come tutti noi, di normalità. L’apertura delle scuole è il primo passo verso questa normalità, verso l’idea che tutto può davvero andare per il meglio.

Ci vorranno sforzi, certo… non è facile spiegare a bambini piccoli che le maestre non potranno avvicinarsi a più di un metro; far loro capire che gli insegnanti sono obbligati a indossare mascherine e visiere protettive; convincerli che anche loro dovranno indossare la mascherina e che dovranno stare distanti dai compagni, anche se nella stessa aula. Non sarà facile insegnare ai bambini della scuola primaria quanto misura un metro… o due metri, in alcuni casi.

Ma ci proveremo, noi genitori in uno sforzo congiunto con gli insegnanti. Ce la dobbiamo fare, perché l’istruzione e la
condivisione sono, per questi ragazzi, il fondamento su cui costruire il loro futuro, su cui costruire l’idea delle persone che vogliono diventare.

Non importa se in vacanza, in spiaggia, hanno magari giocato con altri bambini a distanze inferiori; se in passeggiata era impossibile mantenere il metro (c’era così tanta gente!); non importa se al ristorante si sta senza mascherina una volta seduti al tavolo, non importa se al parco giochi hanno giocato a calcio con altri ragazzi, non importa se i più grandi si ritrovano nei loro posti preferiti e stanno insieme, si abbracciano, si baciano, come è dannatamente giusto che dei ragazzi della loro età facciano… non importa, in classe sarà diverso. Se vogliamo che la scuola riparta senza ulteriori blocchi bisogna essere severi. Lo dobbiamo a noi stessi.

Lo dobbiamo allo sforzo di presidi e insegnanti che in questi mesi, dal 4 di maggio quando lentamente tutto è ripartito, hanno dedicato il loro impegno a rendere le scuole fruibili cercando di mantenere il più possibile i ragazzi e i bambini in regime di “normalità”. Il che vuol dire lezioni in presenza e classi unite.

Abbiamo avuto più di 4 mesi per sistemare le nostre scuole, apportare i lavori che gli edifici necessitavano (magari non tutti, ma qualcuno sì), migliorare i servizi, prendere le misure degli spazi per rendere la vita di questi ragazzi e delle loro famiglie il più possibile simile a quella di prima del Covid.

Quattro mesi per pensare ai protocolli ottimali per garantire il mantenimento dei contagi il più possibile vicino allo zero. Sì, perché di tanti luoghi, di tante attività, tra tante occasioni di aggregazione (matrimoni e cerimonie di ogni tipo) … di tutto ciò, le scuole sono indicate come il vero vettore dell’infezione. Dobbiamo tenere sotto stretta sorveglianza le scuole prima di tutto.

Le scuole.

Allora chiederei a tutti di dare uno sguardo allo stato delle nostre scuole pubbliche. Edifici vecchi, maltenuti, e mai rinnovati. Posso parlare per ciò che ho vissuto in prima persona. Scuole in cui il linoleum dei pavimenti si rialza o si scrosta creando buchi in cui il cemento vivo affiora e in cui i bambini facilmente possono cadere e farsi male; bagni fatiscenti da cui l’odore di fognatura invade le aule e gli spazi comuni. Sanitari non idonei a bambini piccoli, rabberciati alla meno peggio nei casi in cui la riparazione era impossibile da rimandare, e ma mai sostituiti con materiale a norma di legge. Giardini bellissimi lasciati all’incuria, e quindi inutilizzabili per gran parte dell’anno. Non mi soffermo sullo stato di pulizia ordinaria, sperando che sia stato portato alla massima cura in questa fase di post-pandemia.

Alcuni plessi sono fortunati e possiedono almeno lo spazio per riportare tutti gli studenti a scuola e mantenendo le classi unite; altre scuole non hanno gli spazi e stanno ancora decidendo in questi giorni come organizzare le lezioni. Abbiamo avuto 4 mesi.

Va bene, non chiediamo troppo… accontentiamoci di ciò che abbiamo e facciamolo fruttare al meglio: prendiamo atto delle nuove norme anti-Covid e rispettiamole.

Se il nostro bambino ha la febbre e presenta sintomi respiratori, chiamiamo subito il pediatra e accogliamo il suo consiglio e le sue linee guida.

Così capita che mio figlio (che è il figlio di decine di famiglie cremasche oggi) dopo pochi giorni di asilo prenda il raffreddore; niente di più facile in questo cambio di stagione. Dopo una giornata gli si alza anche la temperatura. Qualche linea. Non sale mai oltre il 38 e in poche ora si risolve. Persiste solo il raffreddore. Chiamiamo il pediatra per un consulto. Alla parola “febbre”, non c’è scampo: avvio del protocollo anti-Covid. Prescrizione del tampone per il bambino raffreddato, famiglia in isolamento preventivo, inclusi i fratelli che dopo pochi giorni dovrebbero iniziare la scuola primaria o secondaria.

Inclusi i genitori che in un lampo devono assentarsi dal lavoro e non sanno dire quando potranno ripresentarsi. Inclusi i nonni che il giorno prima avevano ritirato il bambino a scuola. Inclusa qualunque persona abbia avuto contatto con il bambino nei 2 giorni precedenti alla comparsa dei sintomi. Questo è ciò che l’operatore ATS vuole sapere: oltre ai compagni di scuola, i nomi di chi è stato con il bambino. Ma non preoccupiamoci… il tutto durerà al massimo 4 giorni dalla segnalazione all’esito del tampone. Così ci dicono.

Questo cominciava però, nel mio caso, 5 giorni fa e ad oggi non ho ancora un appuntamento per effettuare il tampone. Non sono in attesa dell’esito, sono in attesa di sapere quando potrò fare il tampone a
mio figlio.

Comprensibile. Siamo all’inizio, siamo spaventati, tutti ricorriamo ai ripari. Anche il pediatra che, informato dei sintomi, non visita nemmeno il bambino e dà avvio al protocollo.

Tutti i familiari bloccati, quindi… ma la scuola per fortuna no. La scuola rimane aperta e le maestre e i compagni possono continuare una vita normale. Ma la famiglia del bambino no. Il bambino subirà il tampone (procedura non esattamente piacevole) e i suoi fratelli non andranno a scuola. Fino a quando? Non sappiamo… perché dopo 5 giorni di attesa, non abbiamo ancora un appuntamento.

Mi informo quindi per sapere almeno come giustificare la mia assenza al lavoro. Il consulente dell’azienda mi dice che serve la malattia; il medico ritiene invece che debba prendere ferie; l’ATS mi informa che c’è un protocollo specifico per questi casi e che sta al mio medico di famiglia attivarlo; il medico sostiene che tale protocollo valga solo
a partire dall’esito positivo del tampone. Chi è disinformato? Chi deve colmare questa lacuna di informazione?

Nel frattempo, cerco di contattare gli uffici competenti per sapere almeno che prospettiva mi si offre. ATS Cremona mi dice che la competenza è pienamente di Crema. Rimbalzata.

ASST Crema, non può darmi informazioni sulla pratica di mio figlio perché il computer al momento è in uso per altro. “Prenda nota del nome per favore, e mi dia notizie appena il computer è disponibile, capisce che devo avvisare il lavoro, la scuola degli altri figli… devo rendere conto anche io a qualcuno”, chiedo. Devo soprattutto rendere conto a quei miei figli che bramavano di tornare alla normalità, e che se la vedono negata per degli ingiustificati ritardi del “sistema”. Dopo la prima telefonata nelle ora successive nessuno risponde più a
quei numeri. Nessuna notizia quindi.

Ma chi è questo sistema? ATS ha subito le decisioni di qualcuno più in alto che non sa che a Crema c’è un’unica persona ad occuparsi di tutte le pratiche? (così mi riferiscono gli addetti dell’ATS). Un sistema che non sa che c’è un unico operatore al giorno dedicato ai tamponi all’ospedale di Crema? Un sistema che non sa che per far fronte all’eccesso di domande, il piazzale dell’ospedale si è popolato di centinaia di persone in attesa, in un assembramento di adulti e bambini con i loro accompagnatori che restano in attesa per ore, in alcuni casi?

Un sistema che non sa che ai primi freddi ai bambini viene il raffreddore e che non tutti i raffreddori possono essere trattati come Covid? Un sistema che non poteva prevedere che nessun pediatra si sarebbe preso la responsabilità di certificare un NON-Covid senza un tampone? Quale sistema, mi domando? Quello che dopo una settimana di apertura delle sole scuole dell’infanzia è già bloccato, azzoppato, che annaspa nel disordine creato dagli incompetenti che lo compongono?

Quante famiglie come la mia sono isolate senza un reale motivo? Lo chieda, Sindaco Bonaldi, ai suoi cittadini. Lei che ne ha la forza, le competenze e le conoscenze, si faccia portavoce dei suoi cittadini. Sindaco, quando mio figlio è nato, gli ha scritto una lettera. L’ho conservata perché allora mi ha commossa “…quando crescerai, confido
che anche con il tuo aiuto potremo rendere la nostra Crema una città sempre più bella”… il tuo Sindaco.

Mio figlio è pronto a dare il suo contributo e, con lui, noi tutti Cremaschi. Noi amiamo Crema, e ci lascia un senso di tristezza infinita vederla conciata così. Crema, e il nostro sistema sanitario, che durante la pandemia ha dato il sangue per ridarci la vita. Ora siamo in ginocchio per alcuni raffreddori.

Una Mamma Cremasca

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