Cronaca
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Allo 'Spazio Aperto' dell'Arci Galmozzi e Sudati raccontano il Covid a Selvaggia Lucarelli

Da sinistra, Bordo, Lucarelli, Galmozzi, Sudati

Dai numeri ai nomi, come il titolo della canzone cantata da Gio Bressanelli in apertura; da eroi a esseri umani.

Attilio Galmozzi, medico del pronto soccorso di Crema e Mauro Sudati, infermiere cremasco che opera presso il Papa Giovanni di Bergamo, raccontano la loro esperienza Coronavirus alla giornalista Selvaggia Lucarelli.

Pieno lo “Spazio Aperto” dell’Arci di San Bernardino, che ospita l’evento, e silenzioso, ad ascoltare come questi operatori sanitari hanno vissuto la pandemia, dall’inizio. Entrambi erano a casa, con la propria famiglia, e per entrambi la notizia del ‘paziente 1’ è stata una doccia gelata. “È sempre doloroso ricordare”.

Poi il pensiero torna ai primi, estenuanti, giorni di lavoro con un numero elevatissimo di pazienti da trattare. “Non sapevamo nulla. Quando abbiamo visto i primi quadri complessi ci sentivamo impotenti”. In un continuo “andirivieni di barelle, chiedendoci cosa stesse succedendo. Poi l’abbiamo capito”.

E tra la spiegazione del dramma sanitario, con i comprensivi errori “come quello di indicare il 112 come numero di riferimento per le emergenze” e la straziante responsabilità di dover essere l’ultimo sguardo per le persone che stavano morendo, i due operatori intervistati sono arrivati alle responsabilità politiche. “Attilio ha avuto coraggio ad esporsi così”, ha dichiarato la Lucarelli.

Galmozzi ha ribadito che “l’impressione dall’interno dell’ospedale, vedendo arrivare ambulanze da ogni provincia limitrofa, è stata quella di essere stati scelti come lazzaretto. Impressione confermata quando Gallera ci ha ‘elevati’ a ‘ospedale specializzato nella cura del covid. Basti pensare che a Crema non c’è neppure un infettivologo”.

Ambra Bellandi

Da sinistra, Bordo, Lucarelli, Galmozzi, Sudati e Bressanelli

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