Cronaca

Il ruolo della fede e della Chiesa durante e dopo la pandemia: le riflessioni del vescovo Daniele

“La fede è anche il credere nelle capacità delle persone, di un Paese, di risollevarsi. Può essere un grande aiuto nella ricostruzione”. Lo sostiene monsignor Daniele Gianotti, vescovo di Crema, che in questa ripresa dopo l’emergenza sanitaria fa il punto sul ruolo della Chiesa e su come l’epidemia possa aver cambiato la percezione della fede nei cristiani.

Già durante l’omelia di San Pantaleone aveva escluso la possibilità di attribuire a Dio il volto del punitore, che invia la malattia agli uomini quale castigo per i peccati commessi. Un’idea che aveva attecchito nel corso delle epidemia esplose nella Storia. “La chiesa deve stare al passo con il Vangelo e deve farlo evangelicamente, testimoniando il Vangelo dentro la realtà. Per venire alla pandemia come ‘castigo di Dio’: ritengo questa prospettiva sbagliata, antievangelica, esclusa dallo stesso Gesù. Certo è che eventi di questo tipo devono condurci a riflettere”. Il vescovo porta l’esempio del Vangelo di Luca (13,1-9) in cui alcune persone riferiscono a Gesù dei morti sotto il crollo della torre di Siloe e il Signore rispose: ‘Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo’. “Dobbiamo riflettere sulla nostra vita, sui valori, sul rapporto con l’ambiente, che come sostiene anche il Papa, è sbagliato”.

Esclusa dunque l’immagine del Dio castigatore, come può la fede dare forza nella disperazione? Certo è difficile fare delle quantificazioni, “ma per diversi credenti – più o meno praticanti – la fede in questo periodo è stata un aiuto. Diversi parroci della nostra Diocesi mi hanno riferito che durante il lockdown in chiesa sono passati volti nuovi che si fermavano per una preghiera. E’ normale che una situazione difficile spinga a rivolgersi a Dio, a interrogarsi su di Lui. E’ possibile che la pandemia abbia fatto ‘perdere’ la fede? Lo trovo già più improbabile. Spero che possa essere un aiuto importante anche nel post-emergenza, sostendendo le ragioni di speranza e impegno delle quali abbiamo bisogno”.

Per la traumaticità di questo evento pare quindi essere cambiato il modo e l’intensità dei cristiani di percepire la presenza di Dio. Permangono però alcuni aspetti problematici sui quali è ancora necessario ‘prendere le misure’. “La sospensione delle celebrazioni per tre mesi pone delle domande nei fedeli. Ad alcuni fa aumentare il desiderio del ritorno al rito, ad altri potrebbe far pensare – erroneamente – che se se ne è fatto a meno per un lungo periodo, allora non è un momento necessario alla vita cristiana. Come Chiesa tutto questo deve farci riflettere. Siamo stati messi a terra da un giorno all’altro su tutti gli aspetti abituali della nostra pastorale: dalle visite agli ammalati e alle famiglie, alla chiusura degli oratori, alla celebrazione della messa. Dobbiamo riflettere e far riflettere sul valore di queste cose e, se necessario, trovare modalità differenti di vita della chiesa”.

Cambiamenti, quelli avvenuti anche nella comunità cristiana, che sono stati enormi. La mancata presenza dei fedeli all’Eucarestia ha pesato ai parroci più di ogni altra cosa. “Credo sia stato un trauma. Mi sono messo nei loro panni, perché per un vescovo è più semplice essendo più ‘isolato’. La vita di comunità è il pilastro della parrocchia e, di conseguenza, di un prete. Penso che per loro sia stata la cosa più difficile da sopportare. Non ci può essere vita di chiesa senza rapporto comunitario. Sono stati mesi estremamente difficili”.

Ora, però, si può ripartire. Le celebrazioni hanno visto il ritorno dei fedeli e gli oratori, a breve, spalancheranno le porte a bambini e ragazzi per i centri estivi. Certo, tutto sarà diverso: dovrà essere mantenuto il distanziamento e garantito il rispetto delle norme di sicurezza, ma si tornerà a vivere la parrocchia. Chi potrebbe risentirne maggiormente sono gli adolescenti, che in oratorio trovano non solo spazi di ritrovo, ma anche una fondamentale educazione all’amicizia e ai rapporti umani. “Sarà una grande sfida. Dovremo spiegare loro che l’affetto si manifesta anche attraverso l’attenzione e la cura, che un gesto di leggerezza può danneggiare l’altro. Certo sarà difficile, perché l’oratorio nasce proprio per aggregare; il distanziamento è contro la sua natura. Lavoreremo sull’insegnamento dell’attenzione reciproca”.

Resta ancora il grande lavoro di accompagnamento del lutto per quelle persone che non hanno potuto dire addio ai propri cari. Uno strappo che “la Chiesa deve cercare di ‘ricucire’. Pensiamo di celebrare una messa al cimitero per tutti i defunti e magari organizzare anche un’iniziativa interreligiosa. I parroci, inoltre, stanno cercando di recuperare i funerali che non si sono potuti eseguire nel pieno dell’emergenza. Qui la fede penso possa essere un grande sostegno nell’aiutare a percepire che la Comunione in Dio tra i vivi e i defunti non viene meno”.

Sono cambiate molte cose, il nostro modo di vivere, per molti l’essenza stessa della percezione della vita. Il ruolo della Chiesa, pur esercitato in modo differente è rimasto lo stesso: accanto alle persone, a chi soffre, a chi dubita. Il vescovo Daniele, sempre durante l’omelia di San Pantaleone, ha ricordato l’universale insegnamento di Gesù: donarsi. “La vita donata non è mai persa e viene così anche vinta la paura della morte. Un vescovo morto martire in Algeria negli anni ’90 ha detto che se impariamo a darci all’altro senza riserve, quando arriverà la morte, non avrà nulla da rubarci. E’ una via faticosa, ma è quella del Vangelo”.

Qualche ultima parola il vescovo la spende per ricordare che “l’igiene non deve diventare un idolo, perché in quel caso saremmo sì salvi dal virus, ma perderemmo di vista altre cose importanti. Penso alle Rsa: la segregazione totale degli anziani dai loro amici e famigliari è un danno. Ci vuole certo attenzione e cautela, ma non possono essere certo solo questi i valori. Ho riscontrato anche alcune contraddizioni: quando abbiamo ricevuto le indicazioni per la ripresa delle messe (da Ministero dell’Interno e Cei, ndr) c’era un suggerimento sull’utilizzo dei guanti per dispensare la Comunione. Io non l’ho scritta nelle disposizioni per la nostra Diocesi e ora nel documento della Conferenza delle Regioni si dice che è preferibile non farne uso in generale. Occore buonsenso, prendere tutte le cautele necessarie e trovare un equilibrio. La possibilità di ritrovarsi, anche fisicamente, va attuata, con giuste distanze e cautele, ma non facciamo dell’igiene un dio o non ne usciremo più sani”.

Ambra Bellandi

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