Intervista ad Attilio Galmozzi: il lato umano del medico in piena emergenza Coronavirus
Il dottore di PS del Maggiore di Crema racconta l'esperienza in prima linea dal 21 febbraio ad oggi. La frustrazione e la paura, ma anche il faro della professione: l'aiuto agli altri.
“Il 19 marzo un paziente molto critico si aggrava: chiamo i figli che vengono in pronto soccorso. Si presentano nella camera calda: io vestito da astronauta, loro con la mascherina e i guanti. Dopo il colloquio mi chiedono di portare a loro padre gli auguri per la festa del papà, perché non potevano farlo di persona. Ecco: lì avrei spogliato volentieri il camice e lo avrei buttato nel secco! Poi ci rifletti a mente fredda, sai che per quella gente sei prezioso. Allora vai avanti”.
Attilio Galmozzi, 39 anni, è medico di pronto soccorso all’ospedale Maggiore di Crema. Da quasi 3 mesi è in prima linea, con molti altri suoi colleghi, nella gestione dell’emergenza sanitaria. La sua ricostruzione di questi interminabili giorni è già stata riportata diverse volte dal punto di vista medico. Questa volta, però, parla del lato umano del professionista.
Come è cambiato il suo lavoro dal 21 febbraio ad oggi? Quando è stato il picco peggiore dal punto di vista del carico di lavoro?
E’ cambiato il mondo a febbraio, non solo il nostro lavoro. Siamo passati in pochi giorni da 200-250 accessi a 100 con quadri talmente severi che sembrava fossero il quintuplo. Tuttavia nessuno di noi si è tirato indietro: orari spesso molto prolungati per collaborare, per rendersi utili anche ben oltre il normale orario di lavoro. I pazienti erano tantissimi e spesso, dopo aver lasciato la consegna al collega successivo, si andava avanti a darsi una mano l’uno con l’altra per aiutare quella massa di pazienti che si riversava nel PS, sia spontaneamente sia inviata dal 112. Ricordo un giorno, non la data esatta, ma credo fossimo a fine febbraio, dove ad un certo punto gli accessi delle ambulanze occupavano una schermata intera del PC. 30-40 ambulanze in arrivo, soprattutto dal lodigiano: eppure siamo stati in grado di accogliere tutti.
Quale sentimento prevale in un medico durante un’esperienza simile? Paura? Senso di inadeguatezza? Stanchezza?
Un mix di tutto ciò e spesso la frustrazione. Stanchezza senz’altro, paura pure, inadeguatezza davanti a casi talmente complessi, frutto di un virus totalmente sconosciuto, da lasciarci lì fissi su quelle immagini TC paurose. Eppure, poi, prevale sempre quel sentimento che ci ha aiutato ad andare avanti: il servizio verso gli altri. Essendo di Crema tuttavia, mi è capitato di dover prestare cure ad amici, amici di famiglia, compagni, parenti. Sempre con la stessa lucidità, cercando – per quanto possibile – di mettere un attimo da parte l’emotività, ragionando con la necessaria freddezza.
Quanto conta in un momento così lavorare in team? Le infermiere con le quali lavora quale ruolo hanno giocato in supporto?
E’ fondamentale! Non ne saremmo usciti se non tutti insieme. Consideri che il personale del Pronto Soccorso è prevalentemente femminile. Delle donne, della mamme, delle mogli, compagne, della professioniste di grandissimo valore soprattutto umano. Lo dico senza timore, perché medici, infermiere/i e oss lo sanno: io chiamo tutti colleghi, non faccio distinzione. E il loro contributo è stato fondamentale, straordinario, impeccabile. La dolcezza e l’umanità con la quale hanno affrontato questa emergenza, congiuntamente al livello di elevatissima professionalità, resterà scolpita in ciascuno di noi. Spero che venga riconosciuto loro a tutti i livelli questo straordinario lavoro.
Qual è secondo Lei l’aspetto della pandemia che è incomprensibile a chi non ricopre un ruolo sanitario?
Le sue proporzioni, inimmaginabili, così drammatiche da definirne ancor più la complessità. Ciò che i non sanitari non capiscono, e non potranno mai comprendere, è quello che si è vissuto dentro lì. Mi auguro non debba capitare a nessuno doverlo vivere e rivivere. Questo virus ha ribaltato il paradigma della medicina, lo ha spogliato di molte certezze.
C’è stato un momento in cui ha pensato di non riuscire a resistere?
Certamente. E’ capitato di dover assistere persone conosciute, note, magari amiche. Non farò nomi, per ovvie ragioni, ma ho seguito persone che per me hanno rappresentato punti di riferimento nella mia via: amici di famiglia, compagne e compagni di un percorso politico, amici dei miei genitori. Qualcuno non ce l’ha fatta, qualcuno sì. Resterà sempre qeul grande dolore nel vederli spegnersi tenendoti una mano, perché quasi sempre eravamo le ultime persone vive che potevano avere un contatto umano con loro. Abbiamo appiccicato ai cuscini e ai letti tantissimi messaggi provenienti dai loro famigliari. Nipoti che scrivevano ai nonni: “ci vediamo presto, resisti che presto guarirai”; figli che scrivevano ai propri genitori, o genitori che scrivevano ai figli. Il 19 marzo un paziente molto critico si aggrava: chiamo i figli che vengono in PS. Si presentano nella camera calda: io vestito da astronauta, loro con la mascherina e i guanti. Dopo il colloquio mi chiedono di portare a loro padre gli auguri per la festa del papà, perché non potevano farlo di persona. Ecco: lì avrei spogliato volentieri il camice e lo avrei buttato nel secco! Poi ci rifletti a mente fredda, sai che per quella gente sei prezioso. Allora vai avanti
Qual è l’approccio umano necessario per raffrontarsi con un paziente affetto da Coronavirus? Come si rassicura una persona che arriva in Pronto Soccorso?
Non esiste un protocollo, ma volti ed emozioni. E a ciascuno ci siamo rapportati rendendoli informati di ciò che stava succedendo, del loro quadro clinico, della necessità di procedere con manovre invasive (ventilazione, intubazione) o necessità di trasferimento. Nei primi giorni, quando giungevano moltissime persone, oltre alla necessità di screenare i casi più severi per trattarii in modo sub-intensivo o intensivo, mi trovavo nell’area adibita all’accoglienza dei pazienti con sintomatologia sospetta per COVID. Fuori dalla porta c’era un numero non indifferente di persone: chi attendeva l’esito della TAC, chi il tampone, chi eseguiva la terapia prescritta. Ad un certo punto un paziente chiede dell’acqua: dopo giorni di febbre bruciavano letteralmente di sete. Io e l’infermiere di turno ci guadiamo in faccia: il lavoro è tanto, i pazienti continuano ad arrivare. Ma fermarsi 5 minuti per prendere dell’acqua a quei pazienti ci è sembrata la terapia migliore. Frughiamo nelle tasche, usiamo gli spiccioli che avevamo in tasca e compriamo una decina di bottiglie di acqua fresca. La bevevano come fosse acqua santa! Ecco, i pazienti affetti da COVID si approcciano anche così: professionalmente e umanamente.
Ha notato miglioramenti nell’andamento dell’epidemia?
Arrivano meno pazienti perché han funzionato l’isolamento sociale e le norme igienico-sanitarie imposte dalle autorità. I ricoveri sono sempre meno anche se, come ha ricordato il DG, i numeri gestiti nei mesi scorsi sono stati impressionanti. I contagi si stanno riducendo molto, perché gli “ospiti” si sono isolati e quindi la virulenza delle prime settimane si è ridotta. Abbiamo vinto? Manco per sogno! D’ora in poi i comportamenti personali e di gruppo diverranno fondamentali. Se la popolazione adotterà i presidi di protezione e il distanziamento sociale, ne usciremo meglio e prima. Anche perché il vaccino non è ancora stato messo a punto e una terapia specifica non l’abbiamo.
C’è stato un momento felice in queste settimane o casi di guarigione che l’hanno colpita?
Più di uno, per fortuna.
Di notte riesce a riposare o i sanitari, in queste situazioni, diventano come reduci di guerra per cui basta un rumore che la mente rimanda subito a una situazione vissuta sul posto di lavoro?
Assolutamente sì. Per evitare il più possibile di contaminare mia moglie e mio figlio ho dormito nel letto di mio figlio, che confina con la cucina. Le prime notti, quando la lavastoviglie terminava il ciclo di lavaggio ed emetteva il suono mi svegliavo cercando il tasto per silenziare il ventilatore. Poi mi accorgevo di essere in camera e non nella sala urgenze, quindi mi rimettevo giù e…addio sonno!
Lei ha famiglia: come ha vissuto a casa le prime settimane dell’emergenza?
La mattina del 22 febbraio, se non erro, ero a casa. Mentre entro in doccia (avevo il turno pomeridiano) mi arriva il messaggio. Il COVID è arrivato a Crema. Sono rimasto con cellulare in mano come un ebete. Ho riletto quel messaggio 10-20 volte. Poi la mente è corsa subito alla mia famiglia. Avviso mia moglie Sara che probabilmente avrei fatto tardi: non mi ha chiesto il perché, ma si è messa a piangere. L’aveva capito subito. Ho pensato al mio bimbo, al fatto che per un po’ non avrei potuto abbracciarlo o non avrei potuto giocare a T-rex e Triky (un gioco che abbiamo inventato noi, una sorta di lotta tra dinosauri). Due lacrime, poi in doccia. Quello è il mio lavoro, mi sono detto. Spesso tornavo a casa di notte. Sara mi aspettava per chiacchierare, per chiedermi come stessi, per darmi una parola di conforto. Perché le confesso che ne avevo molto bisogno dopo giornate intere passate in un clima di tensione emotiva davvero forte.
Ha criticato un paio di volte l’operato di Regione Lombardia, riguardo la gestione dell’emergenza e, ricoprendo anche un ruolo istituzionale, qualcuno ha dichiarato che lei stia solo cercando visibilità. Cosa risponde?
Un paio di volte? Forse anche 3 o 4. Ma poco importa. Il mio ruolo istituzionale non si sovrappone al mio lavoro. Io ho criticato da operatore il ruolo della Regione, perché nelle ampie fasi iniziali è stato un ruolo confuso, che ha disorientato non poco noi e la popolazione. Il resto l’ho dichiarato pubblicamente, quindi non mi ripeto. Chi pensa che fossi in cerca di visibilità rispondo che a Crema mi conoscono anche i sassi, non ne ho certo bisogno. Forse con le loro critiche hanno cercato di difendere l’indifendibile. Ma su una cosa sono categorico: ho sempre insegnato a mio figlio di essere sincero e onesto, anche quando il prezzo può essere alto. Non mi tiro indietro, e non tacerò se servirà. Lo devo a me, lo devo a lui.
Ambra Bellandi