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Emergenza sanitaria e gestione Rsa

Lettera scritta da Gruppo di Coordinamento PD di Crema.

Il Gruppo di Coordinamento del PD di Crema a seguito alle recenti vicende che hanno visto coinvolte la RSA di via Zurla e l’istituto di via Kennedy ritiene opportuno e necessario esprimere il proprio contributo per comprendere quanto sia realmente accaduto nelle due strutture sanitarie.

L’intento è quello di ricollocare nei giusti binari una discussione che, a nostro avviso, non dovrebbe risolversi in una sorta di caccia alle streghe.

Ripercorrendo la cronologia degli avvenimenti ci si accorge come la Direzione Generale delle RSA di Crema prenda, in totale solitudine, cioè senza una chiara e precisa direttiva da parte di ATS, e assumendosi in prima persona il rischio della propria scelta, la decisione drammatica e definitiva di chiudere gli accessi dall’esterno a tutti i familiari, i volontari, ed i visitatori; unica eccezione un solo familiare per volta per ogni ricoverato dell’unità dell’Hospice. Sono passati soli 3 giorni dalla scoperta del malato numero uno di Codogno. E la decisione viene presa senza alcuna titubanza, nonostante il mondo “fuori” stia discutendo se si è in presenza di una pandemia oppure di una semplice influenza, registrando come puro dato di fatto l’incidenza paurosa del virus su una fascia d’età, quella degli over 75 fragili, già colpiti da altre patologie.

Mentre fuori tutti discutono, la Fondazione Benefattori, una delle prime in Italia, decide. E la sua decisione ha un unico intento ed una sola preoccupazione: proteggere gli ospiti e i degenti affidati alle loro cure: un patrimonio umano fatto di donne e di uomini carichi di storie, di affetti, di ricordi. Persone da proteggere subito senza esitazioni, senza se e senza ma, perché deboli, indifesi ed esposti ad un rischio enorme.

Allora vorremmo dirlo forte e chiaro che imputare l’elevato numero di persone decedute registrato in particolare nelle RSA, (per le quali vogliamo manifestare il nostro più profondo cordoglio unito alla nostra vicinanza a tutti i loro familiari) ad una presunta  inadeguatezza di CdA, Direzione Generale e Sanitaria nell’affrontare questa drammatica situazione sia semplicemente una mistificazione dei fatti di cui noi non ne capiamo le ragioni, ma riteniamo che abbia come unico risultato quello di trasformare le vittime in carnefici.

Vittime certo, perché, quando nessuno aveva ancora la consapevolezza di quello che sarebbe accaduto nei giorni successivi, i vertici ella Fondazione, e le sue Direzioni Generale e Sanitaria, avevano già capito la gravità e l’eccezionalità della situazione che si sarebbe profilata da quel momento in poi, attrezzandosi al meglio e potendo contare unicamente sul capitale professionale, organizzativo, umano presente nelle due strutture cittadine.

Ed avevano anche capito che nell’immediato non sarebbe arrivato alcun aiuto dall’esterno né per far fronte all’emergenza sanitaria, né per far fronte agli acquisti di dispositivi di protezione, di farmaci o di qualsiasi altra attrezzatura. In quel momento tutta l’attenzione, anche dell’opinione pubblica, era concentrata sugli ospedali, mentre contemporaneamente altre strutture vivevano in egual misura situazioni drammatiche.

Ed è stato come fermare il mare con le mani. Ed è per questo che, in questo contesto, sarebbe più opportuno e riconoscente pensare al numero di persone che la RSA è riuscito a preservare dalla pandemia.

Il lavoro degli operatori è stato encomiabile, nessuno si è risparmiato. Tutto il personale ha aggiunto alla elevata professionalità anche ogni amorevole attenzione verso gli anziani che non ce l’hanno fatta, ed ha accudito con competenza e delicata premura chi ha vissuto e sopportato questa complicata e difficile condizione, resa ancor più dolorosa dalla lontananza dei propri cari.

Come se non bastasse, ecco che in questo contesto, l’8 marzo, arriva una delibera della regione Lombardia che chiede alle RSA, per alleggerire gli ospedali sotto pressione, di farsi carico di pazienti Covid-19 “lievi”. Tralasciamo, deliberatamente, ogni commento su questa tanto discussa delibera regionale che tuttavia non riteniamo essere la ragione primaria di diffusione del virus nelle case di riposo.

Chiunque, trovandosi già in una situazione di altissima difficoltà, avrebbe rimandato al mittente una richiesta che ai più è sembrata assurda e irragionevole. Invece i vertici della RSA di Crema in collaborazione con la Direzione Sanitaria, la leggono come un dovere di solidarietà, soffermandosi sull’aspetto etico della proposta. Gli amministratori, i medici ed i sanitari della RSA sanno perfettamente cosa sta succedendo fuori. E verificato che il padiglione San Gabriele presenta i presupposti di separazione e di isolamento con personale dedicato, necessari per il ricovero in sicurezza dei pazienti Covid-19 “lievi” rispondono “noi ci siamo”. Quindi decidono di dare la disponibilità per accogliere anche questa tipologia di pazienti, ponendo una sola condizione: che venga data precedenza agli ammalati cremaschi “dispersi” nei presidi ospedalieri sparsi sul territorio lombardo. Ed è così che va letta, a nostro avviso, la decisione dei vertici della RSA. Il 15 aprile vengono accolti a Crema i primi pazienti di Covid-19.

Abbiamo voluto fare questa ricostruzione cronologica per due motivi: il primo perché ci sembrava corretto riconoscere il grande lavoro di cura che a ogni livello è stato svolto dagli operatori della Fondazione, nonostante le difficili e delicate condizioni di lavoro.; il secondo motivo, forse quello che più sta a cuore alla nostra natura Politica, perché auspichiamo di trarre qualche insegnamento da questa tragedia e che si riesca ad avviare un proficuo dibattito sul sistema di cura lombardo per i soggetti più fragili. Perché è davanti agli occhi di tutti il fatto che un sistema sanitario che ha l’ospedale al centro del ciclo “malessere – pronto soccorso – ricovero – cura avanzata – terapia – dimissioni” può funzionare bene in caso di malattie “ordinarie”, ma si rileva del tutto inefficiente in caso di malattie infettive che generano un contagio. In questi casi l’ospedale, ovvero il luogo che dovrebbe essere il centro stella dell’organizzazione, diventa l’anello più debole della catena. Quanto è accaduto nelle RSA risulta in questa ottica un odioso “effetto collaterale” di un modello che ha mostrato la corda.

In conclusione vogliamo rivolgere a tutti gli addetti ai lavori questo interrogativo: si può immaginare un altro modello organizzativo per le RSA? Per noi la risposta è sì.  Certo che sì.  Ma per farlo, chiediamo di uscire dalla logica del giudizio e invitiamo tutti i soggetti interessati e coinvolti a ripensare il sistema RSA per costruirne uno nuovo più saldo, che abbia al centro dell’interesse non le strutture ma le persone, specie quelle più fragili e bisognose di assistenza costante e qualificata.

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