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Niente soldi né terreni: torna
l'idea del canale navigabile,
ma resta un sogno

di Antonio Grassi

Sono le 10,45 del 17 giugno 1991. Nella Sala Pirelli della Regione Lombardia, davanti a un parterre de rois, viene presentato in pompa magna il progetto del collegamento del porto di Cremona con Milano: il canale navigabile sarà l’ottava meraviglia del mondo.
Due i tracciati studiati. Uno, a sud, che attraversa i territori delle province di Pavia e Milano fino a raggiungere Lacchiarella. L’altro, ad est, che taglia il Cremonese, ma soprattutto il Cremasco, con destinazione finale Truccazzano.
Non c’è competizione. Vince per cappotto la soluzione Cremonese-Cremasco.
«Per ogni progetto – vien spiegato – è stato calcolato dapprima il valore che assume ciascun obiettivo considerato, quindi i diversi valori degli obiettivi sono stati normalizzati al fine di rendere omogenee le valutazioni che riguardano tematismi notevolmente diversi, non sempre direttamente confrontabili tra loro». Minchia, signor tenente.
Conclusione? «In tutti i 14 scenari esaminati il valore della funzione l’utilità dell’alternativa est risulta superiore rispetto alla sud».
Cremonese e Cremasco sono sistemati: barba e capelli e sfumatura alta.
L’ottava meraviglia del mondo «si sviluppa – si legge nel progetto – per 50 chilometri in gran parte sulla sinistra del fiume Adda, interessa la valle del Serio morto, la pianura tra Moscazzano e Chieve, la piana terrazzata della valle del Tormo, i terreni presso Adda sud e a ovest di Spino fino a raggiungere Truccazzano. Sono previste conche per superare un dislivello di 60 metri».
Lo studio è costato un miliardo di lire. L’investimento previsto per la realizzazione dell’opera è di 1.054 miliardi di lire. Cifre astronomiche per quei tempi.
La notizia ottiene un grande rilievo sui media locali, regionali e nazionali. Un ambaradan che strappa l’applauso di Lega, Pds, Psi, Dc e del microcosmo che costituisce l’establishment politico e istituzionale di Regione e Provincia. Tutto fila che è un incanto.
Si attende solo che il presidente leghista del Consorzio del canale navigabile, dia il la all’orchestra per la marcia trionfale dell’Aida. Non fa in tempo..
Agricoltori, sindacati, sindaci, ambientalisti, cittadini senza cariche prendono cappello. Salgono sulle barricate. Contestano. S’impuntano: il canale non s’ha da fare. Diversamente da don Abbondio, non hanno paura. S’incazzano. Nasce un comitato di comuni cremaschi presieduto dal sindaco di Moscazzano, un agricoltore.
Gli oppositori motivano il no con una serie di osservazioni non basate sulla raffinatezza di calcoli relativi a «tematismi notevolmente diversi», ma sul buon senso. Alcuni lapalissiani.
Tagliare in due il nostro territorio con un solco lungo 50 chilometri, largo 100 metri e profondo 5 non è un’iniezione di salute per l’ecosistema del Cremasco. Realizzare il canale senza prima rendere navigabile il Po fino a Venezia sono quattrini buttati. La lista è lunga e qui non serve completarla.
Cui prodest? Senza dubbio alle ditte che costruiranno l’opera.
La polemica monta. La bettolina s’incaglia. I partiti s’accodano. Il progetto viene accantonato.
Nel 2000 il ministero del Tesoro scioglie il Consorzio del canale navigabile e i suoi beni vengono messi all’asta. Fine della storia.
Ma, si sa, a volte ritornano e anche il canale navigabile rientra tra i must delle storie di zombi, narrazione degna di un film di Romero.
Nella primavera del 2016 viene presentato uno studio di fattibilità dell’Aipo ( Agenzia interregionale del fiume Po) che , secondo i progettisti, presenta un minor impatto ambientale. Costo, tre anni e mezzo fa, di 1,7 miliardi di euro, cifra anch’essa stratosferica.
Dopo l’annuncio torna il silenzio fino a mercoledì scorso, 18 dicembre.
Guido Guidesi, parlamentare lodigiano della Lega ed ex sottosegretario nel governo Conte 1, presenta un’interrogazione a risposta scritta al ministro infrastrutture e trasporti, Paola De Micheli. Chiede lumi sullo zombi.
«Il sistema idroviario padano-veneto – scrive Guidesi – risulta, purtroppo, ancora monco, con la navigabilità realizzata soltanto sino a Pizzighettone (Cremona), mentre manca la via navigabile Pizzighettone-Milano; ciò impedisce la concreta attuazione delle strategie nazionali e comunitarie».
«La realizzazione della tratta Pizzighettone-Milano – spiega Guidesi – risulta ormai non più rinviabile, nell’ottica di un necessario e reale riequilibrio modale nonché nel rispetto dell’esigenza di garantire effettivamente gli equilibri concorrenziali tra le modalità di trasporto maggiormente e più facilmente sostenibili per l’ambiente: marittima, fluviale e ferroviaria».
Dopo la lunga premessa Guidesi chiede al ministro «se intenda promuovere urgentemente tutte le iniziative di competenza per completare la realizzazione del sistema idroviario padano-veneto e assicurarne la piena ed effettiva fruibilità».
Non resta che attendere la risposta.
Guidesi ha il merito di avere posto una domanda chiara che merita una risposta definitiva.
Per gli amanti delle chicche, il progetto originario, antecedente a quello del 1991, prevedeva l’attracco a Milano città all’altezza della fermata MM3 Porto di Mare.
A volte ritornano. E già, direbbe il Vasco nazionale.
Il canale meglio di Stephen King. E circa due miliardi di euro potrebbero fare resuscitare anche i morti.
Se così fosse, è facile prevedere il ritorno delle barricate. Garantito al limone.

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