Studentessa del Munari sospesa: dopo la politica, la lettera di alcuni genitori
Fa discutere in questi giorni in città il caso delle ragazza dell’istituto Munari che ha dato sfogo sui social a tutta la sua indignazione dopo che il dirigente Tadi ha impedito di promuovere, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne, iniziative dei rappresentanti di classe per riflettere sul femminicidio.
Gli studenti rappresentanti avevano proposto attività nelle quali sarebbero state lette delle storie di donne vittime di violenza all’interfono in tutta la scuola ma il preside si è rifiutato di dare l’autorizzazione in quanto, secondo le procedure, il progetto non era stato presentato ad alcun insegnante. I rappresentanti dovendo rinunciare alle attività hanno lasciato dei fogli da leggere in classe e chiesto agli studenti il permesso di attaccare dei fiocchetti rossi sulla porte di ogni classe. Alcune classi l’hanno fatto ma il dirigente ha fatto staccare tutti i fiocchetti dalla porta, tenendo fede al regolamento d’istituto.
Una delle studentesse ha affidato il proprio sfogo sulla sua pagina social, senza citare né il nome della scuola che frequenta, né quello del preside. Immediata la reazione del dirigente che ha ripreso i rappresentanti degli studenti e li ha convocati l’indomani in presidenza e la ragazza che ha scritto il post su Facebook è stata sospesa per due giorni.
Sul caso è intervenuta la politica cittadina. Prima il consigliere regionale Matteo Piloni (Pd) ha scritto a Fabio Molinari, dirigente dell’ufficio scolastico territoriale. Secondo Piloni “gli studenti avevano comunicato quanto avrebbero fatto una settimana prima, senza però ricevere alcuna risposta dalla dirigenza. Ammesso che all’interno dell’istituto esistano o regole che prevedono di comunicare con maggiore anticipo le iniziative che si vogliono organizzare, è altrettanto vero che non tutte le iniziative sono uguali e non sempre devono essere poste sullo stesso plano. La giornata contro la violenza sulle donne è una di queste e ha bisogno del massimo sostegno e della massima attenzione da parte di tutte le Istituzioni, a maggior ragione, quelle scolastiche”.
Anche il sindaco Bonaldi si è schierata dalla parte della ragazza, chiedendosi “quale sia l’infrazione in cui è incappata una studentessa che aveva chiesto vanamente di potere esprimere la propria vicinanza alle donne che ogni giorno subiscono violenza, morale, materiale, fino al prezzo più grande, la vita stessa. Cosa dobbiamo attenderci quando chi condanna la prepotenza degli uomini e cerca di ribellarsi, con l’audacia della gioventù e fede nella democrazia, viene fermato e poi punito. Che tipo di pedagogia c’è dietro a tutto questo? Ai nostri ragazze e ragazze/i, conclude il sindaco, chiedo di osare, fidando nella forza della ragione e degli ideali, ma anche di rispettare le regole che ci siamo dati per vivere insieme”.
Alcuni genitori hanno scritto una lettera aperta: “Sul tema della violenza sulle donne i ragazzi dell’Istituto Munari Liceo delle Scienze Umane ed Economico Sociale di Crema si sono sentiti coinvolti e la loro intenzione era la “partecipazione attiva” con un minuto di silenzio in memoria delle vittime, attaccando i fiocchetti rossi alle porte e chiedendo il permesso di leggere alcune storie di donne vittime di violenza di genere. Di fronte al diniego opposto dal dirigente molti studenti hanno espresso il loro rincrescimento e malcontento; una di loro sta subendo un provvedimento disciplinare pesante, una sospensione di due giorni per questo post. A fronte di questi accadimenti noi genitori, in qualità di educatori, ci stiamo interrogando. Le regole vanno rispettate, ma quale regola è stata violata per subire una sanzione così grave? Qual è la funzione educativa e formativa della scuola? Dovrebbe semplicemente trasferire nozioni oppure dovrebbe aiutare a formare capacità critiche e teste pensanti? Non dovrebbe mettere i ragazzi nelle condizioni di saper affrontare la complessità del presente e i problemi attuali attraverso il pensiero critico? Non dovrebbe valorizzare il farsi carico delle istanze che vengono dalla società civile? Non è questo un modo per poter parlare di cittadinanza e legalità? Non è la scuola un luogo in cui la libertà di pensiero e di espressione delle opinioni in modo pacifico e costruttivo dovrebbe venire promossa e sostenuta? A cosa va incontro chi esprime un dissenso in modo non violento, non diffamatorio e motivato? Quale educazione alla libertà di espressione sta passando la scuola? Di fronte a tutto ciò proviamo un disagio che ci preoccupa e ci inquieta: è questa la scuola che vogliamo per i nostri figli?”.
sg