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False coop, Giavardi ammette
'Ho fatto del nero', ma sulle
fatture false accusa Di Nunzio

Nella foto, Giancarlo Giavardi

“Ho fatto nel nero e ne pagherò le conseguenze, ma non sapevo delle false fatturazioni. Ha gestito tutto Salvatore Di Nunzio con il sistema  ‘Passepartout’ . Era lui che portava i dati da inserire nei computer”. Così Giancarlo Giavardi, imprenditore di Pandino residente a Cremona, nel processo su frode fiscale e false cooperative che lo vede accusato insieme all’ex genero Mattia Plinio Rossetti, al suo braccio destro Maurizio Rodini e all’impiegata Stefania Grazia Petri. Stralciata, invece, la posizione di un quinto imputato: Salvatore Di Nunzio, fiscalista campano, arrestato a Napoli nel febbraio 2018 perché accusato di riciclaggio di denaro per conto della camorra.

Oggi Giavardi, ex presidente onorario della nota associazione di volontariato City Angels di Milano, sostenitore della struttura di accoglienza per donne ‘Casa Silvana’ e destinatario del premio ‘Il dono dell’umanità’, si è difeso dall’accusa di aver messo in piedi un’associazione a delinquere specializzata nelle frodi fiscali sfruttando false cooperative di lavoro con un giro di milioni di euro. Il quadro accusatorio parla della gestione di 14 cooperative con oltre 300 dipendenti impiegati in varie aziende di macellazione e lavorazione di prodotti alimentari tra Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Cooperative in realtà fittizie, secondo quanto scoperto dalle indagini, senza alcuna parvenza di vita sociale o mutualistica.

Per l’accusa, quantomeno dal dicembre del 2006, gli imputati avrebbero costituito e diretto un’attività di impresa con la quale avrebbero affittato la manodopera di una numerosa forza lavoro mediante contratti di appalto con ditte committenti (per un fatturato complessivo tra il 2007 e il 2012 di 58.842.473 euro), dissimulando l’attività di impresa con la costituzione del consorzio Cogemas Italia di Cremona e di 14 cooperative in capo alle quali avrebbero suddiviso i lavoratori dipendenti e prive dei tipici requisiti mutualistici. L’inchiesta parla di lavoratori che sulla carta figuravano come soci e che ignoravano completamente i loro diritti. In aula i dipendenti chiamati a deporre hanno riferito di essere stati assunti nelle varie cooperative proprio da Giavardi.

Secondo la procura, “sulle cooperative venivano fraudolentemente traslati i ricavi dell’attività imprenditoriale mediante l’emissione, da parte delle cooperative e nei confronti del consorzio, di fatture per operazioni inesistenti per 54.558.242 euro, con le quali si rappresentavano come prestazioni di servizio le prestazioni di lavoro subordinato rese dai lavoratori dipendenti. Gli oneri tributari venivano annullati mediante l’annotazione nella contabilità delle cooperative di costi falsi derivanti da fatture per operazioni inesistenti, pari a 80.785.732 euro per gli anni 2007/2012, consentendo all’organizzazione di indicare nelle dichiarazioni annuali ai fini delle imposte dirette e dell’Iva per gli anni 2007/2011 costi falsi per 59.840.649 euro, procurandosi così un indebito risparmio fiscale di quantomeno 12.537.463 euro”. Il provento del reato era poi prelevato dai conti correnti di tutte le cooperative ed era in parte destinato a retribuire le ore di lavoro in nero dei dipendenti, e in parte a pagare gli imputati.

Per la guardia di finanza, Giavardi sarebbe stato “il capo di un sistema rodato in cui ognuno aveva il proprio ruolo e sapeva cosa fare”, mentre Di Nunzio avrebbe coordinato le attività degli impiegati amministrativi del consorzio che si occupavano della gestione delle scritture contabili obbligatorie e della tenuta dei libri sociali delle coop. Di Nunzio avrebbe anche messo a disposizione dell’associazione il programma informatico ‘Passepartout’ per la gestione della contabilità con il quale era possibile alterare la numerazione progressiva delle fatture passive e inserire in mensilità già concluse fatture per operazioni inesistenti emesse successivamente, predisponendo fatture indicanti costi fittizi che consegnava a Cremona al personale amministrativo deputato alla tenuta della contabilità obbligatoria perché venissero registrate nelle scritture contabili delle cooperative associate al consorzio Cogemas. Il ruolo di Rodini, invece, sarebbe stato quello di dirigere la forza lavoro fittiziamente ripartita tra le false coop e di operare sui conti correnti delle cooperative. L’impiegata, da parte sua, avrebbe collaborato alle attività e agli scopi dell’organizzazione, curando gli adempimenti contabili delle cooperative.

Le dichiarazioni di Giavardi

Oggi in aula Giavardi ha ‘scagionato’ i suoi collaboratori, puntando il dito contro Di Nunzio: “All’inizio”, ha raccontato, “mi ero affidato ad una coop di Spino d’Adda gestita da Luigi Spagnuolo” (l’ex macellatore di Spino d’Adda accusato di aver organizzato e gestito per oltre dieci anni un’ingente frode fiscale, n.d.r.), “e da lì si sono sviluppati i lavori e di conseguenza sono aumentati i dipendenti”. “Purtroppo”, ha spiegato Giavardi, “le aziende committenti prendono le cooperative per pagare di meno, e quindi poi un imprenditore non è in grado di mettere in busta paga gli straordinari. E si parla di lavoratori che vengono pagati 5 euro e 60 lordi all’ora e che si fanno due spalle così”. “Il nero”, si è giustificato Giavardi, “si è creato per tutelare i lavoratori. Certo, io beneficiavo di qualcosa, ma quando ci sono 400 persone alle quali devi dare lo stipendio e con le quali hai fatto un accordo, dopo non puoi più ribaltare le cose”. Dopo la coop gestita da Spagnuolo, l’imputato si era affidato a Di Nunzio, fiscalista che gli era stato presentato da un amico. “Ha accettato di seguirmi e abbiamo costituito il consorzio Cogemas. Di Nunzio  seguiva bene la contabilità e ha fatto sì che potessimo crescere”. “Di Nunzio”, ha continuato Giavardi, “faceva del nero in accordo con me, ma non sapevo delle fatturazioni false e del sistema ‘Passepartout’, del quale sono venuto a sapere solo dalla guardia di finanza”. Sul fiscalista campano, Giavardi ha poi aggiunto: “Non è una persona molto pulita, certo non potevo arrivare a capire fino a che punto fosse coinvolto in situazioni poco chiare. Sotto un certo aspetto ne ero intimorito perchè sapevo delle sue strane frequentazioni”. L’imputato ha infine difeso i suoi collaboratori: “Stefania Petri è un’impiegata addetta alla contabilità e una volta creata la fattura, faceva solo il suo lavoro, mentre Rossetti, che è l’ex marito di mia figlia, aveva un orario di lavoro un pò libertino. Prima faceva l’elettricista e mi sostituiva nell’aspetto operativo quando c’era da andare a vedere le problematiche del macello. Rodini, invece, l’ho conosciuto alla Prosus, dove era dipendente. Poi ha avuto il benservito ed è venuto da me. Era un tecnico che non aveva accesso alle fatture, nè tantomeno al ‘Passepartout’”.

L’udienza è stata aggiornata al prossimo 11 giugno per sentire gli ultimi testi della difesa, e al 17 settembre per le conclusioni e la sentenza.

Sara Pizzorni

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