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Branchi a processo. Decreti
ingiuntivi e proteste, ma nello
studio legale 'nulla di strano'

E’ ripreso con l’esame di altri due testimoni il processo nei confronti dell’avvocato cremasco Angelo Branchi, accusato di estorsione tentata e consumata nell’ambito dell’inchiesta della guardia di finanza che aveva coinvolto, tra gli altri, anche l’artigiano Antonio Silvani, dal 1984 al 2004 titolare, a Chieve, della ‘Silvani Antonio srl’, impresa di serramenti, infissi e porte blindate. Per l’accusa, dal 2000, i due avrebbero messo in piedi un “sistema estorsivo sistematico” ai danni di clienti che avrebbero pagato due volte i lavori. Il 21 febbraio dell’anno scorso, Silvani, processato con il rito abbreviato, era stato condannato a 5 anni e 3 mesi per gli episodi estorsivi e per reati tributari. Caduta, invece, l’accusa di associazione a delinquere. L’avvocato Branchi ha invece scelto il rito ordinario.

Il ‘modus operandi’, secondo gli inquirenti, era sempre uguale, e cioè quello di sollecitare anni dopo ai vecchi clienti il pagamento di fatture mai a suo tempo emesse e per le quali Silvani aveva peraltro già ottenuto il pagamento, arrivando a minacciare di trascinarli in giudizio attraverso l’emissione di decreti ingiuntivi. Gli investigatori ritengono contasse sul fatto che a distanza di dieci anni (periodo oltre il quale gli istituti di credito non conservano più la documentazione delle operazioni bancarie) e, soprattutto, a causa dell’utilizzo di somme in contanti, i clienti non fossero in grado di dimostrare di aver già pagato i serramenti acquistati. Per l’accusa, il ‘meccanismo estorsivo’ sarebbe stato ideato in concorso con l’avvocato Branchi che seguiva le cause.

Oggi davanti al collegio dei giudici sono state sentite un’impiegata e un avvocato, all’epoca dei fatti praticante nello studio Branchi. “Nessuno di voi”, ha chiesto la presidente, “ha mai avuto dubbi che Silvani vi nascondesse qualcosa, vista la mole notevole di decreti ingiuntivi, arrivati peraltro al limite della prescrizione, e delle telefonate di clienti che sostenevano di aver già pagato?”. “No, dubbi su questa cosa non ne ho mai avuti”, ha risposto l’ultima testimone, che dal 2004 ad oggi collabora con lo studio. Sui clienti che sostenevano di aver già pagato, l’ex praticante ha detto di ricordare un solo episodio: “una mia collega aveva ricevuto una telefonata di una signora anziana che riteneva di aver già pagato, ma non si ricordava bene”. “Ha mai visto qualche stranezza nella documentazione che proveniva da Silvani?”, le ha chiesto poi l’avvocato Marcello Lattari, che insieme al collega Roberto Guareschi difende l’imputato. “No”, ha risposto la teste. “Silvani, tra l’altro, era un cliente che aveva un numero di pratiche abbastanza importante”. Per la collaboratrice di studio, l’avvocato Branchi “si limitava a controlli formali degli atti e convocava il collaboratore che aveva redatto l’atto se alcuni aspetti non erano stati abbastanza chiari”. Per quanto riguarda i clienti nuovi, “in base all’argomento e alle varie questioni da trattare, Branchi li riceveva da solo, o a volte si faceva affiancare. Era l’avvocato che valutava e poi distribuiva il lavoro”. “Quando ad esempio Silvani chiedeva l’emissione di un decreto ingiuntivo”, ha spiegato ancora la testimone, “la pratica veniva esaminata e l’avvocato Branchi controllava prima che si partisse con un decreto ingiuntivo”.

L’altra testimone sentita è un’impiegata che dal 2004 lavora presso lo studio legale. “Avevamo indicazioni su come gestire le lamentele. Quando un cliente chiamava per lamentarsi, noi gli chiedevamo di mandarci una nota per iscritto. Era un’indicazione generale. Chi faceva gli atti non era solo l’avvocato Branchi. C’erano anche gli avvocati collaboratori dello studio e c’erano riunioni per la distribuzione degli atti. Il collaboratore redigeva la bozza dell’atto, la stampava, la consegnava a noi impiegate o direttamente all’avvocato Branchi che provvedeva a mano alle correzioni. Poi l’atto ci veniva restituito, lo correggevamo sul computer e lo stampavamo in bella. Qualche volta succedeva che l’avvocato che aveva redatto l’atto chiedeva di prendere visione delle correzioni di Branchi”. Per quanto riguarda la conservazione dei file informatici, la testimone ha riferito che “tutte le cartelle sono accessibili a tutti senza password”. “Tra Silvani e Branchi”, ha detto l’impiegata rispondendo ad una domanda dei difensori, “c’erano solo rapporti professionali, non ho mai saputo si frequentassero fuori dallo studio”.

Il legale cremasco era veramente il ‘regista’ del ‘meccanismo estorsivo’, come pensano gli inquirenti?. Assolutamente no, secondo i legali della difesa: “Lo studio riceveva mille pratiche all’anno”, hanno ricordato gli avvocati Lattari e Guareschi. “Branchi non guardava certo la contabilità dei decreti ingiuntivi. Tra l’altro si parla di cinque decreti ingiuntivi su migliaia di pratiche dal 2004 al 2016. Il cliente portava alle impiegate la documentazione del decreto ingiuntivo che veniva quindi predisposto dagli stessi impiegati o dai giovani praticanti. Poi arrivava a Branchi che correggeva la sintassi o i concetti giuridici”.

Il prossimo 4 giugno sarà sentito l’ultimo testimone della difesa, mentre il 17 settembre è fissata la sentenza.

Sara Pizzorni

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