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Colloquio di lavoro a luci
rosse per aspirante ausiliaria
Falso infermiere condannato

Si era finto infermiere per approfittare di lei e del suo disperato bisogno di lavoro. L’imputato, Marco Sacchi, di Canneto sull’Oglio, è stato condannato dal collegio dei giudici (presidente Maria Stella Leone, a latere i magistrati Francesco Beraglia e Chiara Tagliaferri) ad una pena di tre anni e sei mesi per il reato di violenza sessuale nella sua ipotesi più lieve. Per lui, il pm Milda Milli aveva chiesto la condanna a cinque anni e tre mesi di reclusione. La vicenda, che risale all’ottobre del 2017, è stata raccontata in aula dalla vittima, Maria (nome di fantasia), 39 anni, cremasca, che all’imputato aveva dovuto praticare un clistere e una masturbazione per ottenere un lavoro nel campo dell’assistenza agli anziani. In realtà era tutta un’invenzione dell’imputato per ottenere prestazioni sessuali dalla vittima. Tra l’altro, come spiegato in aula dai carabinieri e dallo stesso pm, l’uomo era recidivo, essendo stato protagonista di un fatto analogo commesso in quello stesso periodo in provincia di Mantova.

Due anni fa Maria aveva seguito un corso formativo per diventare ausiliario socio assistenziale e aveva sostenuto l’esame. Ma non riusciva a trovare lavoro, e così aveva deciso di scrivere su Subito.it. noto sito di annunci. Il 18 ottobre era stata contattata su whatsApp da un certo Davide che si era presentato come infermiere professionale. Le aveva detto che c’era un’opportunità di lavoro presso una privata assistenza della provincia di Mantova, società dove viene effettuata assistenza a bisognosi e persone anziane. “Dopo esserci sentiti per telefono e avergli passato tutti i documenti necessari”, ha spiegato Maria in aula, “mi ha detto che avrei potuto lavorare per una privata assistenza di Canneto sull’Oglio, e che il compenso sarebbe stato di 1.200-1.500 euro mensili. Ci siamo quindi dati appuntamento per il colloquio. Era il 21 ottobre, un sabato. Ci saremmo dovuti incontrare a Canneto presso la sede di questa privata assistenza, ma poi, quando ero già sul treno, lui mi ha telefonato dicendo che sarebbe stato più comodo trovarci alla stazione di Piadena dove c’è una filiale della privata assistenza”.

I due si erano incontrati e conosciuti di persona in stazione a Piadena. Prima di raggiungere la sede lavorativa, lui si era fermato in un supermercato, e poi l’aveva portata in un parco. “C’era una casetta gialla con dei giochi per bambini”, ha ricordato Maria. “Ma non potevamo entrare perchè lui si era dimenticato le chiavi a casa”. Maria pensava che quella fosse la sede della privata assistenza, e invece quello stabile era un asilo. “Visto che non si poteva entrare”, ha continuato a raccontare la vittima, “ci siamo seduti su una panchina e lui mi ha spiegato come doveva essere svolto il lavoro. Da lì siamo andati in una strada sterrata contornata da campi e mi ha detto che voleva una dimostrazione di cosa ero in grado di fare”. A quel punto il falso infermiere, che al supermercato aveva comprato tutto l’occorrente, le aveva chiesto di praticargli un clistere. “Io ero titubante”, ha riferito la ragazza, ancora scossa, “non è un compito che mi spettava, ma lui mi ha detto che poteva succedere che mi trovassi da sola con un paziente. Sono stata una stupida, ma avevo bisogno davvero di un lavoro”. Maria, che indossava i guanti in lattice che l’imputato le aveva consegnato, gli aveva praticato il clistere, dopodichè lui le aveva fatto la seconda richiesta: il test del liquido seminale. “Gli ho ribadito che non era mio compito, ma poi ho dovuto effettuargli la manovra di masturbazione”. Maria, su domanda delle parti, ha chiarito di non essere mai stata obbligata in alcun modo dall’imputato. “Mi ha detto che dovevo dimostrare se ero in grado e che era indispensabile che io lo facessi. Mi ha fatto capire che se volevo il lavoro dovevo farlo”. 

Finito il ‘colloquio’, lui si era ricomposto e l’aveva accompagnata al sottopasso che collega alla stazione. “Ti faccio sapere”, le aveva detto, aggiungendo che poteva comunque considerarsi assunta e che l’avrebbe contattata il lunedì successivo per l’inizio del lavoro. Ovviamente non si era più fatto sentire e vani erano stati da parte della vittima i tentativi di ricontattarlo. Maria, rimasta molto turbata da quanto le era accaduto, si era confidata con il padre che le aveva consigliato di sporgere denuncia presso i carabinieri. Così aveva fatto. Il numero di telefono che la donna aveva tenuto e la descrizione del personaggio avevano permesso agli investigatori di rintracciare l’autore della violenza. Non Davide, ma Marco Sacchi, successivamente riconosciuto dalla stessa vittima dalle foto segnaletiche.

“Racconto credibile e attendibile della vittima”,  secondo il pm, che in aula ha ricordato di una querela analoga nei confronti dell’imputato per un episodio accaduto in provincia di Mantova. “L’imputato ha carpito la fiducia della persona offesa, approfittando della sua ingenuità per compiere atti sessuali”. “Non c’è stata alcuna forzatura”, ha però sottolineato l’avvocato della difesa, che per il suo assistito ha chiesto il minimo della pena”.

La motivazione della sentenza sarà depositata entro 60 giorni.

Sara Pizzorni 

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