Cronaca
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Speranza e accoglienza: dal Gambia a Crema le storie di Landing e Sophie

In fuga da un Paese sotto dittatura, attraverso il deserto e il mare.

Sophie e Landing

Dalla Libia passa l’inferno, ma anche la speranza. Una speranza che spinge ad andare avanti, perché così è, perché non si ha scelta, perché non è permesso fare altro. E allora ci si ritrova in 35 su un pickup, in mezzo al deserto, lontani da casa, impauriti. E la speranza nasce da sola nell’essere umano che si augura che l’orrore abbia una fine.

Landing, si può dire, è “atterrato bene”. E’ arrivato in Italia dal Gambia, anche se non in aereo, ma su un barcone. Con suo fratello, con i suoi 25 anni e una malattia cardiaca che nel Paese d’origine ha ucciso un altro fratello a causa di cure sbagliate. Landing è qui da più di due anni, sotto protezione umanitaria, perché in Gambia il dittatore Yaya Jammeh fa paura: “Aveva promesso migliori ospedali e bravi medici, ma un mio fratello è morto perché gli hanno dato una cura per lo stomaco, invece di capire che il problema era al cuore”.

Da quel momento Landing, con suo fratello Ansumana, ha protestato. Ma in Gambia non si può protestare e chi lo fa è costretto alla fuga. Prima in Mali, poi in Senegal, in Niger e infine nel deserto ad arrivare in Libia. Tra minacce di gruppi civili armati e una guerra “della quale non sapevamo niente”. Landing e suo fratello sono stati messi su un barcone, al porto di Sabrata (80 km da Tripoli). Il loro viaggio è durato poco: “Siamo arrivati in Sicilia dopo un solo giorno. Ho chiesto ad Ansumana dove fossimo: vedevo gente bianca dappertutto. Mi ha risposto di stare tranquillo e aspettare Dio”.

Ancora un pullman, e i due ragazzi arrivano a Milano, poi a Crema, accolti dalla Caritas diocesana. Ma il calvario di Landing è proseguito, perché dopo appena due mesi ha avuto un’ischemia; i medici stanno cercando di capire se il problema sia genetico: “Prenderò medicine tutta la vita, medicine che in Gambia non ci sono. Vorrei tornare, ma lì morirei. Forse un giorno andrò a trovare le mie sorelle. Ora voglio lavorare e stare tranquillo”.

Studia e presto darà l’esame di terza media, perché gli piacerebbe diventar mediatore culturale. Landing ha un permesso umanitario, che quando scadrà potrebbe diventare un permesso speciale per motivi di salute, ma se così fosse non potrà lavorare. Un cade che si morde la coda, effetto della nuova normativa italiana su immigrazione e sicurezza.

Un problema che ha colpito anche Sophie, 25enne anche lui che oltre alla traversata in mare, ha sopportato un anno e mezzo di campi profughi. Quelli di cui si parla tanto, quelli derivanti dagli accordi tra l’Italia e la Libia. Sophie, scappato dalla dittatura di Jammeh attraverso le dune roventi, è finito tra le mani dei trafficanti di esseri umani. “Ricordo due montagne e tra queste il campo – racconta – Volevano soldi per lasciarci andare, ma non la nostra moneta: chiedevano dollari”.

Picchiati senza sosta per farsi consegnare il numero di telefono dei famigliari, così da poter chiedere la somma necessaria al riscatto, tanti sono morti di fame e infezioni: “Non ci davano da mangiare, solo un piccolo bicchiere di acqua la mattina e la sera. Io il numero di telefono di mia mamma non lo sapevo a memoria e quando ci hanno rapito hanno sequestrati i nostri cellulari”. Sophie è stato appeso per i piedi e vergato: “Ho pensato che sarei morto lì, anche perché dopo qualche tempo ho visto il mio ginocchio gonfiarsi e comparire un’escrescenza che si ingrossava sempre più e faceva male”.

Sfinito e affamato, ma vivo, Sophie è riuscito a scappare durante un combattimento tra fazioni di militari, ma è stato ripreso e portato nei campi di lavoro: “Ho raccolto olive finché non sono riuscito a pagare il prezzo della mia libertà”. Ma la libertà è la messa a mare, su una barca diretta per un Paese di cui non si conosce l’esistenza. “Quando sono arrivato a Trapani ho visto persone bianche in divisa, e ho avuto paura. Temevo che anche qui ci fosse la guerra, invece sono stato aiutato subito”.

Sophie ha scoperto di avere un liposarcoma alla gamba; ha fatto le chemioterapie e ora si sta tenendo sotto controllo. In Gambia non ha più nessuno, gli è rimasta una sorella e due nipotine che vivono in Senegal. E cosa può sognare un 25enne dopo un ‘viaggio’ così? “Voglio studiare e diventare infermiere, voglio aiutare gli altri come hanno fatto con me”.

Senza debiti, nulla da riscattare. Solo l’empatia che circola.

Ambra Bellandi

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