Un commento

Dal 10 al 25 novembre Marco
Gubellini in mostra alla
Fondazione San Domenico

Con le fotocomposizioni aveva già messo in guardia lo spettatore. Lì, replicando sé stesso, giungeva a estreme conclusioni circa la difficoltà di trovarsi, inquilino tra i tanti, a condividere pensieri e modi di vivere.

Ora, Marco Gubellini (classe 1976), con le installazioni, il percorso già avviato si traduce in aperta dichiarazione di intenti, il resto del mondo è raffigurato nella sua varietà, il narcisismo dell’autore contenuto nei limiti e nelle limitazioni dell’oggettiva rappresentazione, almeno così in apparenza.
Chi conosce i lavori di Marco Gubellini sa che il gioco preferito dell’autore è sempre quello di prendere poco sul serio le avversità della vita. Ecco allora che il suo immaginario, se da un lato guadagna la terza dimensione, dall’altro perde consistenza fisica e denuncia, nel disfacimento dell’aspetto ridotto ai minimi termini, la perdita di “coscienza” di sé. Gli uomini non sono compiuti in sé stessi, traggono alimento da altri uomini (e non è un’operazione indolore) o dalla cultura/coltura dei libri. Eppure ogni stimolo esterno, di qualunque natura esso sia, richiede consapevolezza, altrimenti la risultate è una esistenza vissuta con un paraocchi ad osservare sempre la stessa angusta porzione di muro.

Sembra facile scegliere di abbeverarsi dalle teste che pensano più in alto o attraverso le radici capaci di spingersi dentro le viscere più profonde, ma dentro ogni desiderio di riscatto, il demone del bambino onnipotente che ciascuno di noi è stato, affiora e ci costringe a riconsiderare cosa sono gli altri per noi. Ed è con la stessa freddezza chirurgica e al contempo con una componente ironica spiazzante, che l’autore tratta temi di valore più sociale e fortemente attuali, come la tematica terroristica e la ancor più ribadita tematica sul nutrimento planetario.

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Commenti
  • Marco Gubellini

    Marco, non Matteo ;)