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Silvani: cade l'associazione,
ma condanna per estorsione
A giudizio l'avvocato Branchi

Emessa la sentenza per l’imprenditore Antonio Silvani, 56 anni, finito in carcere nel maggio del 2016 in seguito ad un’indagine della guardia di finanza che aveva visto coinvolte anche la moglie, la figlia e la segretaria dell’artigiano di Chieve. L’accusa era quella di associazione per delinquere finalizzata all’estorsione, all’evasione fiscale e all’attribuzione fittizia della titolarità di beni. Oggi il gup Letizia Platè ha condannato Silvani ad una pena di 5 anni e 3 mesi, ma solo per gli episodi di estorsione, alcuni consumati, altri tentati, e per i reati tributari. Cadute, invece, le accuse di associazione a delinquere e quelle riguardanti i reati finanziari. Per l’imputato, il pm Francesco Ignazio Abbadessa aveva chiesto 12 anni di reclusione e 16.600 euro di multa. Assolte con formula piena Cinzia Quadrini, la moglie di Silvani (per lei il pm aveva chiesto un anno e dieci mesi), e la figlia Ambra, 24 anni, che in seguito alle accuse aveva trascorso 45 giorni di arresti domiciliari. Per lei il pm aveva chiesto un anno e otto mesi. Marito, moglie e figlia, difesi dagli avvocati Marco Bencivenga ed Andrea Daconto, sono stati processati con il rito abbreviato. Soddisfatti i difensori, che ora attendono di leggere la motivazione, che sarà depositata entro 90 giorni, per poi decidere se ricorrere in appello sulla posizione di Silvani. “Ho lavorato una vita e tutto quello che ho fatto l’ho sudato e non l’ho rubato”, è stato lo sfogo di Silvani al termine dell’udienza preliminare.

Rinvio a giudizio, invece, ma solo per i fatti estorsivi, per un altro nome eccellente dell’inchiesta: l’avvocato cremasco Angelo Branchi, che, a differenza della famiglia Silvani, aveva scelto il rito ordinario. Branchi è assistito dai legali Marcello Lattari e Roberto Guareschi. Per lui il processo inizierà il prossimo 29 maggio davanti ai giudici in composizione collegiale. “Non c’era alcuna associazione”, hanno commentato i legali della difesa, “Branchi non era il regista di nulla, il quadro accusatorio si è notevolmente ridimensionato. Ora a processo vedremo se nei singoli episodi di estorsione, sia consumati che tentati, c’è stato o meno un apporto concorsuale del nostro cliente con Silvani.

Tra gli imputati c’era anche Gisella Cividino, la segretaria di Silvani, difesa dall’avvocato Davide Lacchini. Sul tavolo c’era una richiesta di patteggiamento a tre anni, richiesta che però il giudice, sulla scorta della riqualificazione di alcuni reati e della ritenuta insussistenza di altri, ha rigettato. Per ridefinire il patteggiamento, che dunque dovrà essere più basso, il gup ha fissato una nuova udienza al prossimo 5 aprile. In quell’occasione l’avvocato potrà anche decidere di chiedere altri riti.

Per quanto riguarda infine le parti civili (i clienti presunte vittime di estorsione), il gup ha quantificato i danni da liquidarsi in sede civile, disponendo provvisionali tra i 1800 e i 10.000 euro.

Secondo quanto era contestato dalla procura, Silvani, titolare, in passato, di una ditta di serramenti per la quale non avrebbe mai versato le imposte, avrebbe ideato ed organizzato, con il concorso dell’avvocato Branchi, un vero e proprio sistema estorsivo con il quale ottenere, da centinaia di suoi vecchi clienti, di essere pagato più volte per la stessa fornitura di infissi e porte. La figlia, a sua volta, si sarebbe occupata della gestione dei contatti per portare avanti il sistema e la segretaria avrebbe avuto il compito di redigere le fatture e di falsificare documenti.

Per la procura e per la guardia di finanza, dieci anni dopo la cessazione dell’attività artigianale di vendita di serramenti, per la quale aveva anche accumulato un debito erariale di oltre 600mila euro, Silvani avrebbe cominciato a sollecitare ai vecchi clienti il pagamento di fatture mai a suo tempo emesse e per le quali aveva peraltro già ottenuto il pagamento, giungendo persino a gonfiarne gli importi. Gli investigatori ritengono contasse sul fatto che, a distanza di dieci anni (periodo oltre il quale gli istituti di credito non conservano più la documentazione delle operazioni bancarie) e, soprattutto, a causa dell’utilizzo di somme in contanti, i clienti non fossero in grado di dimostrare di aver già pagato i serramenti acquistati.

Al termine delle indagini, avviate nel 2014, i finanzieri della Tenenza di Crema hanno ricostruito decine di episodi. L’accusa parla inoltre di acquisti, con provento di evasione fiscale e di estorsioni, di numerosi beni immobili e terreni.

Sara Pizzorni

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