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(Di)stanze, il progetto
di Max Cavallari debutta
a Reggio Emilia

(Di)stanze – foto © Max Cavallari

Dei 90 mila italiani che nel 2014 hanno trasferito la propria residenza all’estero la metà hanno meno di quarant’anni. A partire dal 2008 l’Italia sta vivendo una seconda ondata migratoria: alcuni analisti l’hanno ribattezzata la Nuova emigrazione, perché ricalca molto da vicino l’ondata degli anni ’70. Ma cos’è cambiato in quasi mezzo secolo? Secondo la sociologa Iside Gjergji quasi nulla: a partire sono prevalentemente i giovani, scoraggiati da disoccupazione, impoverimento e disuguaglianze diffuse; persino le destinazioni – Europa settentrionale, le Americhe, l’Australia – sono le stesse di molti anni fa.

Di sicuro è evoluto il modo per ricucire lo strappo tra i lembi della famiglia. Grazie alle nuove tecnologie e ai nuovi mezzi di comunicazione è possibile rimanere in contatto senza dilapidare un patrimonio in chiamate intercontinentali. Certo: qualche genitore avrà dovuto vincere la propria resistenza alla tecnologia – che non ha nulla a che vedere con l’apocalisse alla Black Mirror. Ma è una causa, quella famigliare, per la quale ci si immola senza troppi sbuffi: genitori e figli hanno la possibilità di parlare e vedersi in tempo reale pur a migliaia di chilometri di distanza, ad orari e latitudini differenti.

E tali nuove interazioni iniziano ad assumere i contorni di un rituale, quasi del tutto assorbito nella consuetudine. Padri e madri familiarizzano con tablet, smatrphone, software ed applicazioni di messaggistica istantanea; i figli sfruttano le opportunità digitali per coltivare i rapporti con i genitori. Il ritratto delle nuove famiglie ricucite è il soggetto di (Di)stanze, il progetto del ventiseienne fotografo soncinese Max Cavallari. Ideato nel 2015, consiste in “una sorta di ritratto 2.0, che ha il compito di raccontare quel legame separato sì dalla distanza ma mantenuto dalla tecnologia di cui tutti noi oggi disponiamo”.

(Di)stanze – foto © Max Cavallari

(Di)stanze – foto © Max Cavallari

Le fotografie ritraggono i genitori nelle loro abitazioni, all’interno delle stanze dove sono soliti connettersi con i loro figli – questi ultimi rappresentati su display di Pc e tablet. Diversi i temi che (Di)stanze intende mettere a fuoco: il distacco, l’utilizzo delle nuove tecnologie, la sottile morbosità del legame affettivo e il viaggio. “Attraverso una decina di immagini – spiega Cavallari – volevo raccontare la condizione di molti giovani italiani, costretti a partire per l’estero a causa della forte disoccupazione italiana, e comunicare, attraverso la fotografia, la loro ricerca di un futuro diverso da quello che gli si sarebbe prospettato qui in Italia”.

All’inizio il progetto prevedeva una manciata di foto. L’intenzione di raccontare di più, di scavare nel profondo di un fenomeno sociale ancora oggi sottovalutato, ha spinto Cavallari ad estenderlo. Supportato da un gruppo di operatori di crowdfunding, sta lavorando alla realizzazione delle piattaforme necessarie ad aumentare la partecipazione al progetto, e alla raccolta fondi che a settembre, assieme ad un videomaker, gli permetterà di partire per il viaggio alla ricerca dei ritratti famigliari. La raccolta fondi partirà ufficialmente sabato 21 maggio e rimarrà aperta fino ad agosto. Al contempo, le famiglie con figli all’estero possono iscriversi e partecipare al progetto tramite la pagina Facebook dedicata.

Al momento i giovani cremaschi (e le loro famiglie) ritratti nel progetto sono due, ma non è escluso che altri possano aggiungersi. Al termine del viaggio, il materiale verrà raccolto in un’unica collana, accompagnata da un documentario; tra i sogni nel cassetto c’è anche la pubblicazione di un libro fotogra?co e un’esposizione itinerante nelle tappe dove sono stati realizzati i ritratti. Nel frattempo, è previsto oggi il debutto dei primi 10 scatti al festival Fotografia europea a Reggio Emilia. Le premesse ci sono tutte perché il progetto possa percorrere grandi (Di)stanze.

(Di)stanze – foto © Max Cavallari

(Di)stanze – foto © Max Cavallari

Stefano Zaninelli

© Riproduzione riservata
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