Ultim'ora
Commenta

Lombardia, niente
più burqa e niqab
negli uffici regionali

Nella foto, donne con niqab (© Maniacmuslim.com).

“Ora chi controlla gli ingressi degli ospedali e di tutti gli uffici della Regione, potrà bloccare l’accesso a chi si presenta con il volto coperto”. Così Roberto Maroni, governatore di Regione Lombardia, riassume la delibera approvata ieri mattina dalla giunta regionale in materia di sicurezza. I dirigenti delle strutture sanitarie e regionali avranno tempo fino al 31 dicembre per mettere in pratica le disposizioni stilati nel nuovo regolamento.

SICUREZZA – Come ha spiegato giovedì 10 dicembre ai microfoni di Radio 24 Simona Bordonali, assessore regionale alla Sicurezza, “abbiamo voluto rafforzare le misure di sicurezza in tutti edifici regionali, tra cui ospedali e Asl. Si tratta di garantire più sicurezza a chi in questi posti si reca e li frequenta per lavoro. Le nostre disposizioni prevedono il riconoscimento totale a chi accede a edifici, quindi non potranno più accedere a questi edifici le persone che indossano burqa, niqab, casco integrale o passamontagna”. Niente restrizioni per quanto riguarda hijab, khimar e chador.

DISCRIMINAZIONE – L’equivoco ha gioco facile, ancora di più per questo provvedimento restrittivo – ironia della sorte – emanato durante la Giornata mondiale dei diritti umani. Incalzata dal giornalista Simone Spetia, l’assessore Bordonali ha tenuto a precisare come il provvedimento “non si rivolge strettamente alle persone di religione islamica, ma vuole garantire la sicurezza di tutti i cittadini lombardi: sotto questi paramenti potrebbe nascondersi chiunque, anche persone pericolose”.

SPECIFICA – La delibera di giunta avrebbe la funzione di specificare il conflitto tra la Legge 152/1975 (“È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”) e la sentenza del Consiglio di Stato numero 3086 del 2008 (“Con riferimento al “velo che copre il volto”, o in particolare al burqa, si tratta di un utilizzo che generalmente non è diretto ad evitare il riconoscimento, ma costituisce attuazione di una tradizione di determinate popolazioni e culture”).

VELO E CULTURA – A poche ore di distanza dalla deliberazione ha rincarato la dose Cristina Cappellini, assessore regionale alla Cultura, che sull’esempio di Venezia ha affermato chiederà “espressamente ai prefetti lombardi di adoperarsi perché il divieto di ingresso a volto coperto negli ospedali e negli uffici regionali della Lombardia, come stabilito dalla giunta Maroni, valga anche per i luoghi culturali” estendendolo dunque “a musei, teatri e più in generali luoghi della cultura presenti nella Regione”.

ERRORE – Frena invece Enrico Brambilla, capogruppo Pd in Regione Lombardia: “non confondiamo la religione con la sicurezza. Siamo tutti d’accordo che le persone che accedono a luoghi pubblici debbano essere riconoscibili. Siamo altrettanto certi che puntare il dito contro una manciata di donne che in Lombardia portano burqa o niqab sia un modo di sostenere quel clima di paura che è l’obiettivo degli integralisti. La Lega, molto prima di Donald Trump, ha iniziato una campagna contro tutti i musulmani, accomunandoli ai terroristi. È un errore gravissimo, abbiamo solo da perderci”.

INUTILITÀ – In un’intervista a Lettera 43, Hamza Piccardo, uno trai i fondatori dell’Unione delle comunità ed organizzazioni islamiche in Italia, ha spiegato che il provvedimento della giunta regionale è “inutile”. I motivi sarebbero svariati: anzitutto, sostiene Hamza, sono circa una ventina le donne in Lombardia che vestono burqua o niqab. Inoltre, “nessun terrorista penserebbe di andare a fare un attentato in un luogo sensibile vestito con il niqab o il burqa. Verrebbe controllato a ogni angolo della strada e non riuscirebbe a fare due metri”.

Stefano Zaninelli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

© Riproduzione riservata
Commenti