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Poliziotti a giudizio
La difesa di uno degli agenti
‘Mai entrato in quella casa’

“Non sono mai entrato in quella casa e non ho mai parlato di alcuna perquisizione”. Si è difeso così, a processo, uno dei poliziotti della stradale di Crema accusati dal pm Francesco Messina di aver “abusato dei poteri inerenti le funzioni”, introducendosi e trattenendosi all’interno dell’abitazione di un giovane di Soresina, poi suicidatosi, “in assenza dell’autorizzazione del pubblico ministero, e senza che ricorressero motivi di particolare necessità ed urgenza”. Per l’accusa, i poliziotti, l’11 settembre del 2012 si erano presentati a Soresina nell’abitazione del 25enne, che viveva con la madre, e avrebbero effettuato una “sommaria perquisizione”, omettendo di informare sia il giovane che la madre dei diritti e delle facoltà previsti dalla legge e omettendo di redigere il verbale. A fare il nome del giovane soresinese ai poliziotti erano stati due egiziani trovati in possesso di droga. Da qui la visita degli agenti nell’abitazione del ragazzo. Per la difesa, al contrario, nell’abitazione del giovane non ci sarebbe stata alcuna perquisizione illegale, così come non ci sarebbe stato un nesso tra il suicidio e i fatti accaduti. Per la difesa, il 25enne si era tolto la vita perché rovinato dai debiti.

“Ci siamo appoggiati ai carabinieri di Soresina perché non conoscevamo il posto”, ha detto l’imputato. “Al maresciallo Illustre abbiamo chiesto l’indirizzo della persona che ci era stata segnalata dai due egiziani”. “Una volta ottenuto l’indirizzo”, ha continuato, “abbiamo lasciato la caserma e ho telefonato al comandante dicendogli che stavamo andando a casa del  presunto spacciatore”. Nei pressi dell’abitazione erano arrivate due pattuglie della stradale e una dei carabinieri. “Volevamo vedere se la descrizione della persona corrispondeva a quanto ci avevano detto i due egiziani, volevamo identificarlo”, ha continuato il poliziotto, che davanti all’abitazione del ragazzo ci era andato da solo. A domanda del pm sul perché della presenza della seconda pattuglia della stradale, il teste ha risposto: “era per motivi di sicurezza. In vent’anni ne ho viste di cotte e di crude”. Il poliziotto ha raccontato di essere arrivato davanti al civico 16 e di aver citofonato. “E’ uscita la madre del ragazzo alla quale ho chiesto di chiamarlo. Io non sono entrato in casa. Dopo qualche minuto lui è sceso. Era senza maglietta e senza scarpe. Gli ho detto che era stato visto ai giardini di Soresina, che lo avevano visto fare uno scambio di droga e che avevano fatto il suo nome. Poi gli ho chiesto di portarmi un documento. Nel frattempo sua madre mi ha chiesto di entrare perché non voleva che mi vedessero i vicini. “E’ sicuro di non essere salito in camera?”, gli ha chiesto il pm Messina. “Sì”, è stata la risposta. “Sono entrato nel cortile e mi sono appoggiato al muro, e intanto lui è sceso. Si era messo scarpe e la maglietta e in mano aveva la carta di identità e un pacchetto di sigarette. Per me la persona descritta era lui, così l’ho invitato a seguirmi”.

A processo gli imputati devono anche rispondere di sequestro di persona per aver portato il ragazzo in caserma con l’auto di servizio. Per la difesa, invece, sarebbe stato proprio il giovane, che aveva appena venduto la sua macchina, a chiedere agli agenti di poter essere accompagnato sulla macchina di pattuglia.
“L’ho portato in caserma per redigere gli atti”, ha detto l’imputato. “Il ragazzo è sempre stato trattato bene e alla fine gli ho dato pure dei soldi per prendere un mezzo pubblico e tornare a casa, visto che con sé non aveva denaro”.

L’ultimo teste ascoltato dal collegio dei giudici (presidente Pio Massa, a latere i giudici Francesco Sora e Andrea Milesi) è stato l’altro poliziotto finito sul banco degli imputati. Era di pattuglia con il collega che ha testimoniato per primo e colui che aveva atteso in macchina insieme ai due egiziani trovati con la droga e che avevano fatto il nome del 25enne soresinese.
Nel primo interrogatorio con il pm Francesco Messina, l’imputato aveva dichiarato che erano andati a casa del giovane per effettuare una perquisizione. Oggi ha ritrattato, precisando che quello della perquisizione era un suo convincimento personale. “Tanto che sono rimasto in macchina e la perquisizione non si è fatta”. “Perché la presenza della seconda pattuglia?”, lo ha incalzato il pm. Nel primo interrogatorio, l’imputato aveva dichiarato che era ai fini della perquisizione, mentre oggi ha ritrattato anche questa dichiarazione, dicendo che anche quella era stata una sua convinzione. Altra contestazione: all’epoca al pm l’agente aveva detto che il collega aveva chiamato il comandante per dirgli che intendevano effettuare una perquisizione, e che per quel motivo serviva la seconda pattuglia. Oggi in aula, invece, l’imputato ha detto di aver capito male la domanda del pubblico ministero. In aula, durante il controinterrogatorio della difesa, ha invece dichiarato di non aver sentito il contenuto di quella telefonata.

L’udienza è stata poi aggiornata al 15 aprile per le conclusioni del processo.

Sara Pizzorni

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