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Caso Sidagni, un trattato Italia-Kazakistan
riaccende riflettori e speranze
per l’ingegnere cremasco detenuto

Da quasi quattro anni detenuto in una cella in kazaka senza che nessun appello, nessun intervento e neppure il caso il caso di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa dall’Italia lo scorso 31 maggio insieme alla figlia di sei anni, sia riuscito a smuovere qualcosa nella vicenda.
Ora la questione dell’ingegnere cremasco Flavio Sidagni, detenuto in Kazakistan torna alla ribalta dopo la firma, avvenuta lo scorso 8 novembre ad Astana, capitale del Kazakistan, del trattato che prevede, una volta ratificato dal parlamento di entrambi gli stati che la persona condannata possa richiedere il trasferimento in un carcere del proprio Paese per scontare il resto della pena.
E proprio appellandosi a questo trattato, dopo un articolo apparso sul settimanale Sette del Corriere della Sera, nel quale oltre a parlare del trattato si faceva riferimenti alle condizioni disumane in cui sono detenuti i prigionieri in Kazakistan denunciate più volte anche dal cremasco e dai suoi legali, che l’onorevole del Pd, Cinzia Fontana che ha depositato una interrogazione parlamentare rivolta al ministro degli Esteri, Emma Bonino e alla Guardasigilli, Anna Maria Cancellieri.
Nella suo atto la deputata del Pd chiede che venga al più presto depositato alla Camera e al Senato il disegno di legge che ratifichi il trattato.
E non solo. L’onorevole cremasca chiede anche se la Farnesina abbia messo in atto iniziative per “garantire la verifica periodica delle condizioni psicofisiche di Sidagni, oltre che la puntuale informazione ai familiari sulla sua situazione medico?sanitaria”.
I tempi, come spiega la stessa Fontana, non saranno di certo brevi, ma questa volta pare che ci sia una speranza in più perché l’ingegnere cremasco esca dal carcere kazako e arrivi in Italia per scontare la sua pena.

LA STORIA DI FLAVIO SIDAGNI

Flavio Sidagni, 58 anni, originario di Crema e sposato con una donna kazaka, dal 2010 è detenuto nel carcere di Atyrau con l’accusa di possesso e spaccio di droghe leggere. E’ stato condanno, a seguito di due processi da lui stesso definiti sommari a sei anni di carcere. Il 20 aprile del 2010, la polizia kazaka predispose una perquisizione dell’appartamento di Sidagni dove gli agenti pare abbiano trovato 120 grammi di hashish. A seguito dell’arresto circa 150 colleghi firmarono due petizioni in suo favore indirizzate ai magistrati, ma in primo grado il cremasco, difeso da un avvocato kazako, fu condannato a sei anni di carcere. Condanna poi confermata in appello il 14 febbraio del 2011.

In Italia le prime notizie arrivarono nell’autunno del 2010, grazie a Repubblica, che pubblico una lettera di richiesta di aiuto scritta dello stesso Sidagni. L’uomo chiedeva maggiore impegno dell’Eni e dell’ambasciata italiana per risolvere il suo caso. Al momento della condanna in appello Sidagni scrisse una nuova lettera a Repubblica, una seconda richiesta di aiuto. Nel dicembre 2011, l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi durante una visita ad Astana, capitale del Kazakistan, aveva avuto un colloquio con il presidente kazako Nursultan Nazarbayev su Sidagni. Aveva anche scritto una lettera al presidente per evitare il trasferimento del cremasco in un carcere di massima sicurezza. Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano si interessò del caso, incontro l’ambasciatore kazako e diede supporto al governo Monti sul caso. Le ultime notizie di Sidagni risalgono all’agosto 2012, quando un giornalista kazaka ha ottenuto il permeso di incontrarlo. A maggio gli appelli dopo il caso della moglie del dissidente kazako ed ora la nuova speranza nel trattato bilaterale.

redazione@cremaoggi.it

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