Cronaca
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Studentessa e insegnante italiana al Cairo
Letizia Riccardi racconta la sua esperienza
durante la “Primavera araba” in Egitto

Letizia Riccardi ha 26 anni e parla con l’Egitto negli occhi. Vive a Il Cairo da due anni, dove insegna italiano e inglese all’Istituto salesiano Don Bosco; presto inizierà a lavorare in un hotel, con il sogno di operare in un’organizzazione internazionale. Dopo aver studiato Mediazione Linguistica ed essersi specializzata in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale a Milano, Letizia ha vinto una borsa di studio e ha deciso di partire. Destinazione Egitto, Il Cairo.
Era il 28 settembre 2010 quando è arrivata nella capitale egiziana per frequentare un corso di arabo per stranieri, prima che la magia e i profumi di un mondo fino ad ora conosciuto solo attraverso i libri la rapissero. Un mondo distante poche migliaia di chilometri dall’Occidente eppure così diverso, ricco di contraddizioni che via via Letizia ha imparato ad amare, fino a sentirsi a casa.

Quando hai capito che la tua vita sarebbe stata in Egitto?

“Sono tornata in Italia nel marzo 2011 per laurearmi…e dopo un mese e mezzo ho fatto armi e bagagli e sono tornata a Il Cairo! Ho trascorso l’estate tenendo i corsi di preparazione alla selezione autunnale dell’ istituto superiore salesiano Don Bosco, un’esperienza che mi ha permesso di essere riconfermata anche per l’anno scolastico seguente, 14 ore di lingua italiana alla sezione professionale e 9 di inglese alla sezione tecnica.”

Fino alla rivoluzione…

Lo ricordo come se fosse ieri, era il 25 gennaio 2011. Era stata organizzata una manifestazione di giovani che da Mohandeseen, uno dei quartieri più belli della città, sarebbe arrivata fino a piazza Tahrir. Un corteo pacifico, seguito da movimenti di protesta anche nei giorni seguenti. Il 28 gennaio è passato alla storia come il “venerdì della collera”. Gli egiziani usano un’espressione che significa ‘il mondo si è infiammato’: le manifestazioni di piazza si sono fatte più vive e il governo ha bloccato internet, i servizi telefonici e di messaggistica, per fare in modo che i rivoluzionari non potessero comunicare…ma era già tutto organizzato”.

Dov’eri il 28 gennaio 2011?

“In piazza, con le mie coinquiline. Poco dopo la preghiera delle 12 l’intera popolazione si è riunita in strada: uomini, donne , bambini, giovani, vecchi, copti, musulmani, senza distinzione. Di fronte a una mobilitazione così grande le forze dell’ordine hanno iniziato a sparare gas lacrimogeni, i civili hanno risposto con le pietre. Si sentivano spari, eravamo terrorizzate.”

Cosa avete fatto?

“Siamo scappate per metterci al riparo. Dalle finestre la gente lanciava cipolle da mettere sugli occhi per farli lacrimare e ripulirli dai fumi nocivi, altri si lavavano il viso con Coca Cola e Pepsi per attenuare gli effetti dei gas e mettersi in salvo. Un mio amico si è finto morto per ore, perché non gli sparassero. Noi siamo entrate in un magazzino di vestiti, siamo rimaste lì quasi tutto il giorno aspettando una tregua che sembrava non arrivare mai. A sera eravamo affamate e stanche, abbiamo cercato di uscire, ai primi spari ci siamo rifugiate nell’auto di uno sconosciuto. Gli abbiamo spiegato la situazione, si è dimostrato comprensivo e disponibile, ma la sua auto aveva la batteria scarica e non poteva portarci a casa. Così è sceso, ha cercato dei cavi, l’ha rimessa in moto e ci ha accompagnate, per poi offrirci del cibo. L’ospitalità egiziana è incredibile.”

Straniera in mezzo alla rivoluzione civile: ti sei mai sentita minacciata?

“Il 3 febbraio la tv egiziana ha diffuso il messaggio che gli stranieri fornivano armi ai rivoluzionari e distribuivano volantini di propaganda. Lì c’è stato il voltafaccia verso di noi, prima accolti, ora visti come potenziali spie. Le forze dell’ordine erano state ritirate dalle strade e i rivoluzionari avevano aperto le prigioni: la popolazione si era organizzata in barricate autonome, sorvegliate 24 ore su 24 da uomini armati di bastone. E’ stato messo il coprifuoco, dalle 3 di pomeriggio alle 8 del mattino era impossibile uscire. I supermercati erano vuoti, le persone avevano fatto scorte impressionanti per il timore di una seconda rivoluzione che li lasciasse senza cibo. Mentre facevo la spesa sono stata fermata da alcuni membri dell’esercito, che mi hanno portata in accademia militare. I miei vicini di casa sospettavano che fossi una spia, mi avevano fatta seguire e interrogare. Lì ho vissuto uno dei momenti peggiori: donna contro uomini, straniera contro egiziani, costretta a parlare solo in arabo. Per fortuna i militari sono stati molto disponibili, dopo qualche domanda mi hanno permesso di tornare a casa; da quel giorno mi sono sempre velata per uscire.”

E’ passato un anno: come vanno ora le cose?

“La situazione è statica. Le persone parlano tanto di libertà e ideali, ma nessuno si adopera per portare avanti le cose. Gli unici ad assumere un vero impegno politico sono i giovani, ma a parte piccoli movimenti non cambia nulla, la scintilla si è spenta. Anche alle elezioni si sono presentati molti candidati, ma al ballottaggio sono comunque arrivati Ahmad Shafiq, esponente del vecchio regime, e Mohamed Morsi, dei Fratelli Musulmani, nemmeno un candidato cristiano. I cristiani copti sono circa il 10 per cento della popolazione; con l’elezione di Morsi temono persecuzioni, sono inquieti.”

Com’è essere donna in Egitto?

Ci sono tante difficoltà, tante discriminazioni. Anche aver a che fare con studenti non è facile, spesso l’unico modo per ristabilire l’ordine è rivolgersi ad un uomo perché interceda, come quando per gestire una classe ho dovuto chiedere aiuto ad un salesiano egiziano, che di fronte al mio sgomento ha risposto che sarebbe stato inutile parlare, perché lì la donna non ha valore. Ci vuole molta tenacia, e spesso la forza di tacere”.

Religioni e convivenza: com’è la situazione?

“La convivenza non è facile. In Egitto sono musulmani, con una minoranza di cattolici copti: in genere c’è tolleranza, ma si avverte l’attrito tra i due mondi. Io frequento sia musulmani che cristiani, ma per me il discorso non vale perché qualsiasi differenza ci sia sono “scusata” perché straniera.”

Cosa ami di più dell’Egitto?

“La gente. La loro ospitalità è incredibile, come è incredibile che in una città di 20 milioni di abitanti si abbia l’impressione di conoscerli tutti, volto per volto, per il modo in cui ti sorridono. Ciò che mi ha colpito è la loro voglia di libertà durante la rivoluzione, la capacità di essere felici con poco e apprezzare la semplicità delle cose.”

Lidia Gallanti

 

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